L’oroe il petrolio come garanzia . E magari anche come merce di scambio, soprattutto in caso d’emergenza. L’accordo con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan per salvaguardare uno dei suoi beni più preziosi, il Venezuela l’aveva siglato circa una settimana fa: serviva a trasportare, al sicuro, a Corum, in Anatolia, decine di tonnellate di metallo giallo da raffinare, anche se, già nei primi nove mesi del 2018, Ankara ne aveva importato 23,6 tonnellate, per un valore stimato di quasi un miliardo di dollari.

I congelamenti di Londra e Washington

E se il patto tra Erdogan e Nicolás Maduro mirava a tenere al sicuro (per entrambi) una delle risorse più preziose del Paese, la Banca d’Inghilterra è stata, invece, la prima a impedire agli incaricati del presidente un prelievo di 1,2 miliardi di dollari in oro, congelando, di fatto, una parte significativa degli otto miliardi di dollari in riserve estere detenute dalla banca centrale venezuelana. La scelta di Londra, quindi, avrebbe contribuito a  minare l’autorità e la credibilità di Maduro sulla scena internazionale, dopo giorni di scontri con Juan Guaidó, capo dell’Assemble Nazionale e leader dell’opposizione, autoproclamatosi presidente ad interim. All’inizio della settimana, infatti, anche Washington, tramite il dipartimento del Tesoro americano, aveva annunciato il blocco di tutti i conti e gli asset della società petrolifera venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.) e della sua filiale Citgo negli Stati Uniti. Chiudendo il rubinetto dal quale proviene più del 70% dei fondi di cui dispone il Paese.

L’aereo russo fermo a Caracas

Ed è notizia dei giorni scorsi di un “misterioso” atterraggio di un Boeing 777 della compagnia russa NordWind, decollato lunedì pomeriggio da Mosca, e fermo nella capitale all’aeroporto Simon Bolivar. Il deputato ed economista venezuelano José Guerra (del partito Primera Justicia), avrebbe denunciato su Twitter la presenza sospetta del jet russo, che solitamente effettua voli charter per turisti tra Russia e Sud-Est asiatico, per “trafugare” circa 20 tonnellate di oro della Banca centrale venezuelana. Secondo quanto riportato da Guerra, in ballo ci sarebbero i crediti che Russia e Cina vantano nei confronti di Maduro, in quanto “amici” e allati. L’oro, infatti, ancora una volta, potrebbe rappresentare una forma di garanzia di restituzione nei momenti di crisi.  E la dichiarazione di Guerra sembrerebbe aver trovato conferma in un’intervista, rilasciata all’agenzia Bloomberg, da una fonte anonima “con una conoscenza diretta della questione”. Prove concrete, per ora, non ce ne sarebbero ma la persona avrebbe rivelato che proprio lo stesso quantitativo di lingotti sarebbero stati messi da parte dalla Banca centrale venezuelana per “un carico” non meglio specificato. Il 20% delle riserve auree del Paese, per un valore totale di 840 milioni di dollari. 

I russi ammettono le difficoltà di Caracas

Vladimir Putin, tramite il suo portavoce, avrebbe negato il coinvolgimento di Mosca in questa operazione. Anche se, qualche giorno fa, il vice ministro delle Finanze russo, Sergey Storchak, avrebbe ammesso che Caracas potrebbe avere delle difficoltà a restituire alla Russia i tre miliardi di dollari che le deve. Intanto, il ministro delle Finanze venezuelano, Simòn Zerpa avrebbe negato anche la presenza del jet all’aeroporto. Ma la prova della presenza dell’aereo sarebbe una fotografia scattata dalla Reuters

La questione petrolio

Eppure la risorsa che tiene in vita Caracas, da sempre, è il petrolio. Da cui dipendono gli interessi di mezzo mondo. Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi del pianeta ed è, infatti, insieme all’Arabia Saudita e al Canada, il principale fornitore di greggio degli Stati Uniti. E, nonostante tutto, nel Paese di Maduro non ci sono strumenti abbastanza moderni per raffinarlo e l’industria del petrolio è in declino (già dai tempi di Hugo Chávez). Nei giorni scorsi, Guaidó aveva annunciato una “presa di controllo progressiva e ordinata” dei beni che lo stato possiede all’estero, ma non si sarebbe limitato soltanto a questo.

Il caso Pdvsa

Il giovane leader ha fatto sapere di voler rinnovare il consiglio d’amministrazione di Pdvsa che, dal 2017, è in mani all’apparato militare venezuelano. Il presidente della compagnia, in questo momento, è ancora il generale della Guardia Nazionale, Manuel Quevedo. Che aveva promesso di incrementare la produzione. Ma pare che il militare ricevette l’incarico senza alcuna esperienza passata nel settore e il risultato, nel tempo, è stato un calo del 30% nel giro di un anno, pari a 650mila barili al giorno. Gli ultimi dati disponibili, infatti, segnalano come le esportazioni petrolifere del Paese siano crollate ai minimi degli ultimi sei anni: nel 2012, infatti, Caracas produce 2,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ne esportava 2,1. Nel 2018, il Paese ha estratto meno della metà del greccio, 1,3 milioni di barili al giorno, esportandone 1,2 milioni. Negli ultimi mesi, il numero si è attestato a 1,1 milioni di barili e pare che Guaidó abbia l’intenzione di privatizzare parte dell Pdvsa.

I titoli di stato “impazziti”

La situazione nel Paese, intanto, ha fatto salire le obbligazioni venezuelane. Sia quelle del governo sia quelle della compagnia petrolifera statale. Il valore dei bond è infatti arrivato ai massimi dal 2017, da quando il Venezuela aveva smesso di pagare gli interessi per i 50 miliardi di dollari di debito. I titoli di Stato, che erano quotati poche settimane fa a circa 23 centesimi sul dollaro, in queste ore erano scambiati a oltre 33 centesimi, mentre le obbligazioni emesse dalla Pdvsa sono salite da circa 14 centesimi sul dollari a circa 24 centesimi.