Si fa sempre più stretta la tenaglia attorno a Nicolas Maduro e il Presidente venezuelano sembra ora davvero avere le ore contate.

Con Obama Maduro aveva dormito sonni tranquilli

È dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, infatti, che il Venezuela è tornato prepotentemente ad occupare tribune mediatiche d’onore e programmi politici di Stati confinanti. Come il suo “collega” dell’Estremo oriente, Kim Jong-un, Nicolas Maduro aveva trascorso gli anni della presidenza Obama con una discreta tranquillità.

Poi il cambio di rotta. Sono saliti i toni, con minacce dirette della presidenza americana, che non ha escluso l’opzione militare e con le solite rinnovate sanzioni economiche. Un’escalation lenta e progressiva che ad oggi consegna un quadro tutt’altro che rassicurante. Nonostante il Presidente venezuelano sia ancora in carica, le ore della sua sopravvivenza, politica, potrebbero ancora non essere molte.

Altre sanzioni in arrivo da Washington

L’appuntamento decisivo sarà probabilmente il 22 aprile prossimo, quando si terranno le elezioni presidenziali in Venezuela. Quella data sembra sempre più il punto 0 del futuro del Paese caraibico e così tutti gli sforzi interni ed esterni si stanno moltiplicando in vista dell’evento. Non è un caso che a inizio febbraio il Segretario di Stato americano Rex Tillerson abbia così dichiarato: “Ovviamente sanzionare il petrolio (venezuelano), o anche proibire che questo venga venduto negli Stati Uniti è qualcosa che continuiamo a tenere in considerazione”.

Un’affermazione che aveva ricevuto il plauso anche della controparte argentina, presso cui Tillerson era in quel momento in visita. All’invettiva americana era poi seguita la risposta di Caracas che, cercando di mostrarsi indifferente alla minaccia, ha semplicemente affermato come il Venezuela non abbia problemi a trovare altri clienti.

In realtà la definitiva chiusura del mercato americano al Venezuela potrebbe essere il colpo di grazia per Maduro. Questo perché attualmente Washington importa l’8% del suo fabbisogno petrolifero proprio da Caracas, che rappresenta il terzo fornitore di greggio per gli Stati Uniti. La già fragile economia caraibica perderebbe così una grossa fetta di mercato, dopo aver subito negli ultimi anni i danni dovuti al ribassamento del prezzo dell’oro nero. Non finisce qui.

La “sospetta” visita dell’ammiraglio Kurt in Colombia

La tenaglia su Maduro si è fatta più stretta sempre nei giorni scorsi con la visita dell’Ammiraglio Kurt Tidd al Vice Presidente colombiano Oscar Naranjo. Kurt Tidd il comandante della U.S. Southern Command, ovvero il corpo militare di Washington con lo specifico compito di monitorare la situazione della sicurezza caraibica. La visita di Kurt a Bogota rientrerebbe in un normale rapporto bilaterale, viste la salda collaborazione tra Stati Uniti e Colombia, non fosse per il contemporaneo dispiegamento di forze colombiane al confine con il Venezuela (cui ha fatto seguito un analogo movimento da parte di Brasile e Guyana).

Inoltre l’ammiraglio americano si è fatto fotografare, insieme al Vice presidente colombiano, in tenuta militare proprio vicino al confine con il Venezuela. Una semplice provocazione? Dalle parti di Caracas non la si pensa così. Tarek William Saab, personalità politica venezuelana dell’entourage di Maduro, ha detto che: “In Colombia stanno pianificando di rivivere periodi che sono finiti nella storia umana, come bombardamenti, invasione militare e occupazione di un Paese pacifico come il Venezuela”.

Nel frattempo Maduro sembra aver perso l’appoggio anche del continente latino, considerato che il gruppo di Lima, la cui riunione è prevista per il prossimo aprile, ha classificato Nicolas Maduro come “persona non gradita”. L’unico alleato rimasto è Evo Morales, Presidente della Bolivia, che con un tweet ha dichiarato “sospetta” la visita dell’ammiraglio americano in Colombia. Tutte le pedine si stanno così muovendo per fare scacco matto al “re”, Nicolas Maduro, in vista del 22 aprile. 

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