Nelle prime ore di oggi, siamo stati tutti catapultati in una nuova era. Il Venezuela è entrato in una delle fasi più delicate della sua storia recente mentre le notizie di attacchi notturni a Caracas e in altre aree strategiche del Paese, seguite dall’annuncio statunitense della cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, hanno prodotto un brusco shock politico e simbolico.
In un contesto di informazioni parziali e versioni contrapposte, l’impatto immediato è stato soprattutto politico: il riemergere di un parallelo che accompagna da decenni le crisi latinoamericane, quello con Panama nel 1989 e con la cattura di Manuel Noriega.
Il richiamo a Noriega ha una forza evocativa che va oltre il dato storico. Per molti osservatori rappresenta un precedente rassicurante, la dimostrazione che la rimozione forzata di un leader può produrre una soluzione rapida a una crisi prolungata. Tuttavia, proprio questa apparente chiarezza rende il paragone problematico. Il Venezuela del 2026 non è Panama di fine Guerra Fredda, e leggere gli sviluppi attuali attraverso quella lente rischia di oscurare più elementi di quanti ne chiarisca.
Il Panama di Noriega era uno Stato di dimensioni ridotte, con istituzioni fragili e un potere politico fortemente personalizzato. Il generale concentrava su di sé il controllo effettivo delle forze armate e dei servizi di sicurezza, senza però disporre di un partito di massa, di una struttura ideologica articolata o di un sistema istituzionale capace di funzionare autonomamente. Il regime si reggeva su un equilibrio precario, in larga misura dipendente dalla figura del leader e da reti di fedeltà personali. Sul piano internazionale, Panama era sostanzialmente isolata e priva di alleanze in grado di opporre un freno politico o diplomatico a un’azione esterna. In quel contesto, la cattura di Noriega coincise con il rapido collasso dell’intero sistema di potere e con una riconfigurazione quasi immediata dello Stato.
La diversità del Venezuela
Il Venezuela presenta una configurazione radicalmente diversa. Pur in presenza di una leadership fortemente personalizzata, il potere non si esaurisce nella figura del presidente. Nel corso degli anni si è consolidato un sistema che intreccia partito di governo, apparato statale, forze armate e strutture di sicurezza, creando una rete di interessi e di lealtà che va oltre il singolo vertice. Questo non implica stabilità garantita, ma introduce una complessità assente nel caso panamense. La sopravvivenza o la trasformazione del regime dipende dalla capacità di queste strutture di mantenere coesione, di gestire la successione o di contenere eventuali fratture interne.
Le ore successive all’operazione hanno mostrato proprio questa ambiguità. A Caracas il clima è descritto come sospeso, segnato da incertezza e attesa. Le autorità cercano di trasmettere l’immagine di un controllo ancora saldo, mentre la popolazione assiste a una rapida successione di annunci, smentite e segnali contrastanti. In questo quadro, la questione centrale non è soltanto la sorte personale di Maduro, ma la tenuta delle catene di comando, la capacità dello Stato di esercitare l’autorità e il modo in cui gli apparati reagiranno all’assenza del vertice.
Il contesto internazionale
Anche il contesto internazionale contribuisce a rendere il parallelo con il 1989 poco persuasivo. All’epoca, l’azione statunitense si inseriva in un momento di chiara supremazia geopolitica, con margini ridotti di contestazione efficace. Oggi il sistema internazionale è più frammentato e meno prevedibile. Le reazioni delle ultime ore indicano una maggiore cautela, richiami al diritto internazionale e alla necessità di evitare un’escalation. Questo non si traduce automaticamente in un sostegno al governo venezuelano, ma segnala che la crisi non verrà assorbita come un fatto compiuto privo di conseguenze diplomatiche.
Un ulteriore elemento di continuità e al tempo stesso di rottura con il passato riguarda l’uso dello strumento giudiziario. Come nel caso Noriega, anche oggi la cattura viene presentata come il preludio a un processo negli Stati Uniti. Tuttavia, mentre nel 1989 la dimensione legale seguì la vittoria militare senza diventare un terreno di scontro prolungato, nel caso venezuelano la giurisdizione e la legittimità dell’azione sono immediatamente contestate e diventano parte integrante del conflitto politico. Il diritto penale si sovrappone così alla geopolitica, senza chiuderla.
Le aspettative e la realtà
Il paragone con Noriega continua a riemergere perché offre una narrazione lineare in un momento di forte incertezza. Ma la realtà venezuelana suggerisce uno scenario più articolato, in cui la rimozione del leader non coincide automaticamente con la fine del sistema. Al contrario, può aprire una fase di transizione opaca, caratterizzata da competizioni interne, da possibili irrigidimenti degli apparati e da pressioni esterne incrociate.
In questo senso, il precedente del 1989 funziona più come metafora che come guida analitica. Ricorda che gli Stati Uniti hanno già utilizzato, in America Latina, una combinazione di forza militare e giudiziarizzazione del nemico politico. Non spiega però come evolverà una crisi che si sviluppa in un contesto regionale e globale profondamente mutato. Affidarsi a quel precedente come chiave interpretativa principale rischia di produrre aspettative irrealistiche proprio nel momento in cui la situazione richiede una lettura più prudente, stratificata e attenta alle dinamiche interne.
Il Venezuela che emerge dalle ultime ore non è un problema risolvibile attraverso una scorciatoia storica. È un sistema sotto stress, colpito al vertice ma ancora attraversato da forze e interessi che ne determineranno l’evoluzione. Comprendere questa differenza è essenziale per evitare che il passato venga usato come un copione, invece che come un termine di confronto critico.