Non cessa la surreale contrapposizione tra poteri in Venezuela che vede il presidente Nicolas Maduro sfidare il presidente dell’Assemblea Nazionale e autoproclamato capo dello Stato Juan Guaidò, che ha il sostegno degli Stati Uniti e di diversi Paesi occidentali ma scarso sostegno interno, specie negli apparati chiave di volta del governo bolivariano.

La situazione è surreale per il susseguirsi di colpi di scena e situazioni potenzialmente decisive che si sono verificati salvo poi, in larga misura, rivelarsi azioni approssimative o compiute ad uso e consumo dei media internazionali. Vale, ad esempio, per la scelta di Guaidò di invocare per via televisiva un sollevamento contro Maduro da parte dei militari nella primavera scorsa senza disporre di militari fedeli o, più recentemente, per il coinvolgimento del vice di Maduro, Diosdado Cabello, in un doppio gioco che lo ha portato a simulare trattative con gli Stati Uniti per rivelare l’aperto sostegno dell’amministrazione Trump a un regime change sponsorizzato dall’esterno in Venezuela.

Il caso Esequibo

Appartiene a questa categoria anche la recente decisione di Maduro di chiedere alla procura generale totalmente asservita alla sua cupola militare e socialista di aprire un’indagine contro Guaidò, ritenuto responsabile di un tentativo di cedere a “imprese transnazionali” la regione  dell’Esequibo, considerata profittevole sotto il profilo economico per la ricchezza di materie prime e l’attrattività turistica.

La componente surreale, in questo contesto, è duplice. In primo luogo, Guaidò è accusato di aver tramato per la cessione di un’area in cui, effettivamente, imprese come la ExxonMobil hanno grossi interessi senza aver la disponibilità politica degli apparati dello Stato. In secondo luogo, quello che secondo Maduro sarebbe stato oggetto del mercanteggiamento della “rete criminale” dell’opposizione liberale non è un territorio sotto controllo venezuelano.

L’Esequibo è infatti una regione di poco meno di 160mila chilometri quadrati di superficie assegnata in arbitrato nel 1899 al Regno Unito nella sua area di dominazione coloniale oggi occupata dalla piccola Repubblica di Guyana. Il Venezuela reclama storicamente la regione appellandosi all’Articolo 10 dell’antica Costituzione del 1899, secondo cui “il territorio e gli altri spazi geografici della Repubblica sono quelli che corrispondevano al Capitanato Generale del Venezuela prima della trasformazione politica iniziata il 19 di aprile del 1810″, che sottrassero al suo territorio l’Esequibo. Al massimo, Caracas può oggi controllare alcuni giacimenti offshore di petrolio e gas che rientrano nelle aree disputate con Georgetown. Nelle carte ufficiali del Paese, l’Esequibo, oggi coincidente con la regione della Guyana Esequiba della piccola repubblica limitrofa, appare segnato, barrato di rosso, come Zona en Reclamacion.

Cosa ci insegna il caso Esequibo

La lezione che si può trarre dal caso Esequibo è l’ennesima sulla totale inadeguatezza di Maduro e Guaidò a gestire una situazione politica diventata estremamente più grande di loro, coinvolgente dinamiche globali e grandi potenze (Cina, Russia, Usa) e al tempo stesso capace di scuotere nel profondo una società venezuelana che nel ventennio bolivariano è passata dall’entusiasmo al tracollo economico e politico.

Maduro e Guaidò riescono a sfidarsi solo per “grida”, ma sul terreno la situazione è congelata. Maduro non potrebbe permettersi di fare arrestare Guaidò, pena lo scatenamento di grandi proteste a livello internazionale, ma al tempo stesso ha beneficiato della sua libertà di movimento, dato che l’autoproclamato presidente ha dilapidato i consensi iniziali nella popolazione con una tattica politica ondivaga e poco concreta, che lo ha portato a errori madornali e alla totale dipendenza da Washington. Scatenare un braccio di ferro su un territorio fuori dalle dirette dipendenze di Caracas, e quindi trascendente i già pur enormi problemi del Paese, è l’ennesima buffonata di cui due leader completamente screditati a livello internazionale si rendono protagonisti. Ma al tempo stesso è un modo per divergere le attenzioni verso l’esterno, volgere in farsa quella che è la tragedia di un popolo e di uno Stato in cui malnutrizione, povertà e disoccupazione sono problemi mordenti e di difficile risoluzione. E in cui cricche ristrette di potere combattono una battaglia per la sopravvivenza in cui a perdere è tutto il Venezuela.