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Politica

Venezuela, il rinnovamento post-Maduro tra purghe interne e petrolio

La presidente Rodriguez ha avviato un rinnovamento nella compagine politica e militare, mentre la produzione di greggio va alle stelle.
Rodriguez Venezuela

Pare che ci sia molto fermento sotto i cieli di Caracas. A pochi mesi dall’arresto di Maduro, la presidente Delcy Rodriguez ha deciso di imprimere una svolta all’insegna delle ritrovate relazioni con Washington. Nelle ultime settimane si sono verificati numerosi avvicendamenti nella compagine governativa e nelle Forze armate qualche testa è saltata senza che il comando di marca chavista fosse del tutto rinnovato e, dunque, esautorato. Delle novità si registrano anche sul piano energetico: la produzione di petrolio procede a gonfie vele e a soffiare il vento della ripresa non c’è solo la holding pubblica PDVSA, ma anche Big Oil occidentali che da due mesi circa beneficiano di un sistema fiscale e legislativo molto generoso riguardo all’estrazione e agli incassi dei proventi di oro nero.

Tutto questo non è un semplice cambio di passo per il mercato energetico e per i vertici dello Stato, ma una vera e propria rivoluzione considerando che fino a qualche mese fa era del tutto impensabile. Il dilemma a cui bisogna rispondere è quanto la politica di Rodriguez sia un approccio per affermarsi in uno scenario mondiale sempre più mutevole, o quanto sia frutto delle pressioni statunitensi.   

Il giro di vite nell’esercito e nel Governo

Inizialmente sembrava solo qualche ritocco temporaneo per calmare le acque in cui navigavano le istituzioni dopo l’arresto dell’erede di Chavez, ma ora c’è motivo di credere che gli aggiustamenti della presidente Rodriguez siano una cristallizzazione dei nuovi equilibri di potere. 

La prima testa a rotolare è stata quella del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, fedelissimo di Maduro ed in carica dal 2014. La sua messa da parte è stata interpretata in modo quasi univoco come la chiusura di un capitolo lungo un decennio per scriverne uno del tutto nuovo che non sappia di rottura con il passato. Al suo posto, non per caso, è stato nominato Gustavo González López, ex comandante della Milizia Bolivariana e per sei anni direttore dei servizi segreti venezuelani, una figura perfettamente integrata negli apparati del regime già dall’era di Maduro. Attenzione, però, perché se la nomina di González López era stata pensata per dare discontinuità all’azione del Governo, l’opinione pubblica non ha dimostrato un grande entusiasmo: secondo l’Ong Provea, il neoministro sarebbe stato l’esecutore di misure repressive tra cui anche detenzioni arbitrarie e abusi, tanto da essere persino sanzionato dall’amministrazione Obama in passato.

Il valzer dei ministri porta in pista da ballo anche i dicasteri dell’Energia elettrica, della Cultura, dell’Edilizia abitativa e secondo Benigno Alarcón, fondatore del Centro di Studi Politici e di Governo presso l’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas,  la strategia di Rodriguez è più tattica che sostanziale come dichiarato al Latin America Reports:  “Credo che ciò che Delcy Rodríguez stia cercando di fare sia un rimpasto politico all’interno del Governo, con l’obiettivo di rimanere al potere il più a lungo possibile, in modo che, quando si terranno le elezioni, lei possa in qualche modo controllarle”.

Le pulizie di primavera si fanno anche tra i ranghi dell’esercito. Dilio Alejandro Agüero Montes capitanerà la marina, Royman Antonio Hernández Briceño l’aeronautica mentre lo scettro di comando di tutte le Forze armate apparterrà a Rubén Darío Belzares Escobar. Fonti vicine alla Presidente continuano a sostenere che si tratti di un ricambio opportuno per riportare Caracas al centro di un dialogo internazionale con attori che prima si atteggiavano con ostilità, oltre che un’esigenza fisiologica per tutelare la sovranità nazionale. Secondo alcuni osservatori, in realtà l’esecutivo teme che possano verificarsi future fratture all’interno degli apparati politico-militari – visto che il nuovo corso è stato imposto con un intervento esterno – e che l’unico modo per scongiurarlo è circondarsi di fedelissimi che accettino l’interlocuzione con Washington.  

Il boom del petrolio

Sebbene il quadro politico-istituzionale sia ancora in fase di assestamento, la produzione di petrolio sembra ormai aver imboccato la rampa di lancio. A marzo i barili di oro nero sono stati più di 1 milione al giorno ed è sicuramente un’importante inversione di trend rispetto ai decenni passati. A causa del regime sanzionatorio e della fatiscenza delle infrastrutture estrattive e produttive, la lavorazione degli idrocarburi è rimasta a lungo al di sotto del milione di barili quotidiani nonostante Caracas sia la maggiore detentrice di riserve petrolifere al mondo e considerate da molti particolarmente pregiate per via del greggio pesante che custodiscono.   

Il cambio di rotta è riconducibile alla volontà di portare la nave dell’oro nero in acque finora inesplorate. Con il cambio al timone tra Rodriguez e Maduro, i legislatori venezuelani si sono messi al lavoro per consentire alle aziende energetiche straniere di operare nel loro Paese con un taglio delle royalties e una tassazione contenuta. Le risorse rimangono di proprietà di Caracas, ma le aziende private potranno lavorare il greggio e tagliare la torta dei proventi come Chevron e Shell, le quali stanno già prendendo accordi con PDVSA.

Indubbiamente, i venti di guerra in Medio Oriente fanno del Venezuela uno scrigno prezioso da aprire e non a caso gli Stati Uniti vogliono supervisionare quali saranno le aziende che potranno operare nel Paese sudamericano come ha dato a intendere il segretario di Stato Marco Rubio.    

Volenti o nolenti, il nuovo corso del Venezuela è avviato. Ciò che resta da capire è se si tratta di un cambiamento improntato a fare di Caracas un soggetto internazionale capace di stare al passo coi tempi o se si tratti di un semplice riequilibrio di poteri per cui si legge lo stesso copione tramite interpreti diversi, benedetti dall’esterno. 

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