Il fine settimana appena passato è stato foriero di importanti novità sul fronte dei rapporti tra Usa e Venezuela dopo il ristabilimento di piene relazioni diplomatiche ed è da segnalare tanto la visita della delegazione bipartisan del Congresso Usa guidata dal repubblicano Brian Mast ed estesa ai due compagni di partito Randy Fine e Kat Cammack e al democratico dell’Illinois Jonathan Jackson quanto la decisione del Venezuela di seguire gli Usa nella loro campagna contro la Corte Penale Internazionale, da cui il governo di Caracas ha annunciato l’imminente ritiro.
La visita dei deputati, avvenuta venerdì 24 luglio, ha segnato la normalizzazione a livello diplomatico dei rapporti Washington-Caracas e una loro celebrazione bipartisan sul fronte Usa. I membri del Congresso hanno incontrato la presidente ad interim Delcy Rodriguez e il network latinoamericano con sede a Caracas TeleSur nel commentarla ha ricordato che il governo del Paese caraibico ha scomodato nientemeno che il Libertador Simon Bolivar e il suo invito a dialogare con gli Usa sulla base di “relazioni di amicizia e di buona comprensione” nel commentare la visita.
Caracas fuori dalla Cpi, Rubio festeggia
A tal proposito, è da segnalare che la visita, seppur non formalmente correlata ad essa, è stata pressoché contemporanea alla decisione di Caracas di ritirarsi dalla Cpi. Quest’ultima mossa ha sancito, politicamente, il trionfo della linea del Segretario di Stato Marco Rubio, vero deus ex machina dell’amministrazione di Donald Trump sull’America Latina e indicato nelle settimane scorse dal New York Times come un vero e proprio governante di fatto del Paese caraibico, definito dal quotidiano della Grande Mela “viceré del Venezuela”. E mentre The Donald scrive nelle strategie di sicurezza nazionale della volontà di blindare il cosiddetto “emisfero occidentale”, a quasi sette mesi dalla cattura di Nicolas Maduro da parte delle forze Usa il governo della Rodriguez continua le sue graduali ma inesorabili aperture a Washington.
La mossa sulla Corte Penale Internazionale è una svolta netta perché certifica la prima adesione di un Paese alla campagna di Rubio e del Dipartimento di Stato contro il tribunale istituito dallo Statuto di Roma del 2002 a cui gli Usa (assieme a altri Paesi, come Cina, Russia, Israele, Turchia, India) non aderiscono, per il cui smantellamento l’ex senatore della Florida si sta spendendo in prima persona. L’ex senatore della Florida sta dettando una linea di politica estera assertiva, unilaterale e muscolare per concretizzare l’incontro tra l’interventismo classico e il principio America First del trumpismo che ha nella lotta agli organismi multilaterali, e in particolare a una Corte che è ritenuta particolarmente fastidiosa per aver avviato l’incriminazione dei vertici dello Stato e delle forze armate israeliane per i massacri di Gaza, un punto di convergenza e nella lotta dura ai governi socialisti dell’America Latina un espediente politico e retorico per plasmare questa nuova alleanza.
L’asse della Florida e la linea Rubio
Non deve sfuggire, per un’analisi completa, lo Stato di elezione dei tre deputati che si sono recati in visita da Rodriguez per il Partito Repubblicano, Mast (presidente della Commissione Esteri della Camera), Fine e Cammack: è proprio la Florida “laboratorio” del nuovo Partito Repubblicano, terra di origine di Rubio e Stato-roccaforte di una comunità di origine latinoamericana fortemente spostata su posizioni conservatrici.
Tutti e tre hanno speso parole di esplicito appoggio per la scelta dell’amministrazione Trump dopo il raid contro Maduro del 3 gennaio scorso e la loro visione sembra convergente con quella di Rubio. La cui linea di massima pressione sull’America Latina sembra oggi primeggiare in seno all’amministrazione Trump: il Venezuela si sta gradualmente allineando a Washington, e per quanto riguarda Cuba, Stato da cui proveniva la famiglia di Rubio, la pressione sul regime socialista a lungo in sponda con Caracas si sta intensificando.
La nuova geopolitica latinoamericana di Washington
L’atto più clamoroso, il mandato di incriminazione federale contro l’ex presidente Raul Castro, è stato incentivato dalla pressione politica di quattro deputati repubblicani: Mario Diaz-Balart, Maria Elvira Salazar, Carlos Gimenez e Nicole Malliotakis, che come ricordato su queste colonne hanno scritto mesi fa a Trump chiedendo indagini sul fratello di Fidel Castro per un incidente del 1996 che portò all’abbattimento dell’aereo di un’organizzazione di esuli anti-regime. I primi tre sono stati eletti, ça va sans dire, in Florida, sempre più punto di riferimento per l’agenda del Partito Repubblicano nell’ex “cortile di casa” degli Usa.
Riccardo Renzi su queste colonne ha scritto che nella nuova “Fortess America” lo Stato della Florida è un “ponte tra Washington e le Americhe”. Un’espressione azzeccata e che i rappresentanti del Sunshine State stanno concretizzando. Con Rubio a Foggy Bottom, l’azione propulsiva si sente chiaramente e si trasmette coralmente. C’entrano la componente strategica, la visione ideologica antisocialista e la possibilità d’azione che gli Usa trumpisti rivendicano nella regione e che tra Segretario di Stato e maggioranza repubblicana al Congresso trova, su questo dossier, pezze d’appoggio non indifferenti. La nuova rotta presa dal Venezuela e lo sdoganamento della massima pressione su Cuba come politica esplicita dell’amministrazione Trump sono a conti fatti un indubbio successo dell’agenda di Rubio che, in prospettiva, ne aumenta il peso in seno al governo a stelle e strisce e si inserisce nell’esplicito obiettivo di riportare l’influenza americana ai massimi livelli nello spazio geografico direttamente prossimo al territorio della superpotenza.