Violento scontro politico sui risultati delle elezioni presidenziali di ieri che in Venezuela hanno visto il capo di Stato uscente Nicolas Maduro sfidato da Edmundo Gonzalez Urrutia, ex diplomatico a capo della Piattaforma Unitaria che raccoglie le forze di opposizione al governo socialista. Attorno alle 6 ora italiana è stato comunicato dal presidente del Consiglio Elettorale Nazionale, Elvis Amoroso, che Maduro con l’80% dei voti scrutinati ha conquistato il 51,2% dei suffragi contro il 44% di Gonzalez Urrutia. Una “tendenza irreversibile”, dice Amoroso. Ma i dubbi restano.
L’Associated Press ricorda che “l’autorità elettorale, controllata dai fedelissimi di Maduro, deve ancora pubblicare i conteggi ufficiali dei voti da ciascuno degli oltre 15mila seggi elettorali, ostacolando la capacità dell’opposizione di verificare i risultati”.
La tensione per i risultati è altissima. Dopo la chiusura dei seggi, attorno alla mezzanotte italiana, nessun risultato è stato comunicato sullo scrutinio in corso d’opera fino all’annuncio di Amoroso. La giornata del voto è passata molto liscia, senza scontri e con un’attenta partecipazione democratica dopo un periodo di avvicinamento tesissimo. E sullo scrutinio restano grandi dubbi.
Un giallo è rappresentato dal fatto che la emittente TeleSur, ritenuta vicina a Maduro, abbia pubblicato quella che dichiara essere dei dati ufficiali vidimati dalle autorità di Caracas, presentando conteggi che sforano il tetto del 100% dei voti validi con la somma dei suffragi a candidati minori. Uno, ad esempio, poneva tre candidati minori appaiati al 4,6% e una conta totale dei consensi al 109,2%.

Non è dato sapere se si tratti di un errore di calcolo dell’emittente filogovernariva, che sui suoi canali sta celebrando la rielezione di Maduro come fatto incontrovertibile, o di dati che il governo venezuelano vidimati con crismi di ufficialità. Ma il caos è palese.
E l’opposizione attacca. “Abbiamo a malapena il 30% dei verbali consultabili”, ha denunciato a nome dell’opposizione il deputato Omar Barboza. Il quale ha aggiunto che procurarseli in molti casi “è stato fisicamente impossibile. Ci preoccupa difendere la pace del Venezuela. La democrazia è alternanza e il popolo ha il diritto di alternare il governo“. Si denunciano brogli mentre i governi latinoamericani alzano l’asticella del confronto con Maduro. “Afuera”, intima il presidente argentino Javier Milei, rivale numero uno di Maduro in America Latina.
L’Argentina ha sottoscritto con Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana e Uruguay una dichiarazione che chiede al Venezuela trasparenza sui risultati. Ma da sinistra anche il cileno Gabriel Boric invita a rispettare la volontà popolare.
Secondo Gonzalez Urrutia e i suoi, infatti, si andrebbe verso un caso di furto elettorale contro il cartello di forze che riunisce moderati di centro-sinistra e centro-destra, liberali, nazionalisti e, in generale, tutte le forze anti-Maduro. El Pais cita che le preoccupazioni dell’opposizione sono soprattutto legate alla preponderanza di figure pro-Maduro nel Cne che deve validare i risultati che arrivano dalle macchine elettroniche con cui i venezuelani votano. La leader politica dell’opposizione Maria Corina Machado, interdetta dal partecipare alle elezioni, ha applaudito il popolo venezuelano per la “partecipazione straordinaria”, dichiarando che l’opposizione avrebbe secondo i dati ufficiali sfondato la soglia del 70%. Machado ha ammonito Maduro sulla necessità di una transizione di potere, sostenuta in questo dal Dipartimento di Stato Usa. Anche l’Italia sostiene che sia l’opposizione la vincitrice delle elezioni, tanto che Giorgia Meloni ha chiamato Gonzalez Urrutia dopo l’annuncio dei risultati.
Insomma, una situazione di grandissimo caos. In cui l’unica certezza è quella di una partita che si deciderà lontano dalle sedi ordinarie della politica. Incapaci di garantire, in Venezuela, un fair play accettato da entrambi gli schieramenti. L’ampia congregazione di forze politiche che ha permesso lo scrutinio, con mediazioni che hanno riguardato figure di peso come il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e l’ex premier spagnolo José Luis Zapatero, certamente si sarebbe aspettata maggiore trasparenza nel primo, vero voto partecipato a Caracas dal 2013 a oggi. Un passaggio decisivo per un Paese strategico, detentore delle più grandi risorse di petrolio al mondo, che ora si trova ad affrontare il rischio di un salto nel vuoto politico.

