Gli Stati Uniti sono pronti a controllare una quota consistente — circa un quinto — delle ingenti riserve energetiche del Venezuela, dopo aver acquisito un ruolo dominante nelle esportazioni di greggio del Paese sudamericano, come avevamo già riportato tempo fa su InsideOver. Ad annunciare questa ulteriore evoluzione — parlando di accordo storico che avrà «un impatto significativo sul rilancio della nostra nazione» — è stata Delcy Rodríguez. Lo scorso 28 agosto, la presidente ad interim ha dato notizia dell’intesa raggiunta con Washington sul piano dello sfruttamento delle risorse petrolifere, definendolo «il risultato del rafforzamento delle relazioni tra Venezuela e Stati Uniti», teso a facilitare «un significativo flusso di investimenti mirati al recupero e alla ricostruzione di infrastrutture strategiche per lo sviluppo della nostra industria degli idrocarburi». Poco prima dell’annuncio della presidente venezuelana era arrivata la roboante dichiarazione di Donald Trump: nei suoi consueti toni trionfalistici, il tycoon ha scritto su Truth Social che si tratta del «più grande accordo petrolifero della storia mondiale».
I numeri dell’accordo
L’inquilino della Casa Bianca, nel suo post, ha fornito alcuni dettagli sulla partnership — per quanto molti punti restino ancora oscuri — che prevede il controllo di maggioranza, da parte degli Stati Uniti, di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere e porterà «a una sostanziale riduzione dei prezzi della benzina per tutti gli americani». Un punto sottolineato dal presidente statunitense in vista delle elezioni di midterm, in un momento in cui diversi sondaggi lo collocano sotto il 40% di approvazione o intorno a quella soglia.
Il Segretario di Stato Marco Rubio, dal canto suo, ha elogiato l’iniziativa come un successo della politica America First, evidenziando i benefici economici per entrambe le nazioni coinvolte e specificando che «l’accordo porterà quasi 100 miliardi di dollari in investimenti privati, sosterrà migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e guiderà la ricostruzione dell’economia del Venezuela». In un video pubblicato sul suo account X, Rodríguez ha parlato di oltre 209 miliardi di dollari in entrate fiscali per lo Stato, dichiarando che l’accordo binazionale ha una durata di 25 anni e prevede «lo sviluppo di 17 giacimenti strategici». La presidente ad interim ha sottolineato inoltre che il Paese caraibico — che possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, circa il 17% di queste ultime — metterà a disposizione la materia prima e il know-how dei suoi lavoratori, ricevendo in cambio tecnlogia, investimenti in infrastrutture, occupazione, maggiori entrate per lo Stato. Rodríguez ha infine specificato che, attraverso la firma di altri accordi che includono colossi del settore energetico, tra cui ENI, il Venezuela mira a diventare una potenza energetica.
Il fronte critico contro l’intesa Trump-Rodríguez
Le voci critiche sull’accordo si sono immediatamente levate da più parti, da settori del chavismo — il movimento politico fondato dal defunto presidente Hugo Chávez e in parte incentrato sul controllo statale del petrolio venezuelano — all’opposizione venezuelana. Come riporta Bloomberg, i chavisti più intransigenti hanno reagito con rabbia all’annuncio dello scorso venerdì sull’accordo, mettendone in discussione la legalità e descrivendolo sui social media come una rinuncia alla sovranità, arrivata in un clima di forte pressione da parte degli Stati Uniti sul governo di Rodríguez. L’opposizione, guidata da María Corina Machado, denuncia l’assenza di legittimità democratica dell’amministrazione di Rodríguez, l’opacità dei termini e il rischio che Washington privilegi la stabilità dell’attuale assetto di potere rispetto a una transizione elettorale. Ricardo Hausmann, ex ministro in esilio e sostenitore dell’opposizione, ha pubblicato un post su X, accusando Rubio di aver negoziato «un accordo incostituzionale con un governo oppressivo illegittimo, invece di usare la leadership degli Stati Uniti per ristabilire per prima cosa il governo costituzionale e la democrazia».
Betancourt e la privatizzazione del greggio venezuelano
Sul fronte opposto rispetto allo schieramento trasversale contrario all’accordo si colloca Alejandro Betancourt, controverso imprenditore venezuelano, indagato in Svizzera e Spagna per il suo presunto coinvolgimento in un sistema di riciclaggio di miliardi di dollari provenienti da PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana. Secondo il Wall Street Journal, l’uomo d’affari — che ha stretti legami con Rodríguez — ha ricoperto un decisivo ruolo di intermediario nelle trattative che hanno consentito di raggiungere l’intesa tra Caracas e Washington, mentre la sua società — la North American Blue Energy Partners (NABEP) — si è assicuratauna concessione di 100 anni per la gestione di 17 giacimenti petroliferi. Dal canto suo, il governo degli Stati Uniti dovrebbe acquisire una partecipazione passiva del 35% nella NABEP — negli ultimi due anni diventata il secondo produttore petrolifero privato del Venezuela, posizionandosi subito dopo Chevron — e assicurarsi il diritto preferenziale di acquistare il 20% della produzione al prezzo di costo, riferisce ancora il quotidiano finanziario. Macarena Vidal Liy sottolinea sul El País che Washington si garantirà sia la proprietà parziale dell’azienda sia il diritto di prelazione sul restante 80% della produzione anche «per scopi militari e strategici», nel tentativo di contrastare il potere di Russia e Cina.
La Dottrina Donroe da Caracas a Bogotá
Secondo Diario Red, il Venezuela starebbe valutando perfino l’ipotesi, senza precedenti, di uscire dall’OPEC, una mossa che potrebbe segnare un netto distacco dai suoi partner storici. Questo riallineamento geopolitico riflette la profonda trasformazione dei rapporti tra Caracas e la Casa Bianca dopo anni di asfissia dovuta alle sanzioni e dopo il cambiamento di leadership venezuelana all’inizio dell’anno, con il sequestro di Nicolás Maduro dello scorso gennaio. L’ultima mossa predatoria da parte di Washington nei confronti del Paese caraibico — che di fatto privatizza il settore petrolifero venezuelano — sembra configurarsi come l’ennesimo tassello del più ampio piano statunitense di controllo della regione, divenuto manifesto con la formulazione della Dottrina Donroe — rivisitazione trumpiana della dottrina Monroe del 1823 — incentrata su una logica di sfere d’influenza e di neoimperialismo. La parabola venezuelana si inserisce nella traiettoria visibile in altri paesi della regione, come messo in luce dall’Hondurasgate, dalle sanzioni sempre più restrittive nei confronti di Cuba e, infine, dalle interferenze dell’amministrazione Trump in alcuni dei più recenti processi elettorali nell’area — l’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello colombiano con la controversa vittoria di Abelardo De la Espriella.
In quest’ottica, gli Stati latinoamericani rischiano di essere trattati non come soggetti sovrani, liberi di diversificare alleanze e investimenti, ma come parte del “cortile di casa” del potente vicino. Il filo che unisce queste dinamiche è la volontà di riaffermare la supremazia statunitense, disciplinando le forze progressiste della regione latinoameticana e subordinando quest’ultima agli interessi politico-economici di Washington.