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Politica

Venezuela, a Helsinki è scontro Usa-Russia: ma le tensioni si smorzano

La retorica di Washington di questi ultimi giorni sul Venezuela è stata quella che abbiamo imparato a conoscere in occasione della Corea del Nord o dell’Iran: diretta, minacciosa, senza giri di parole. Anche durante lo stesso vertice di Helsinki sull’Artico,...

La retorica di Washington di questi ultimi giorni sul Venezuela è stata quella che abbiamo imparato a conoscere in occasione della Corea del Nord o dell’Iran: diretta, minacciosa, senza giri di parole.

Anche durante lo stesso vertice di Helsinki sull’Artico, in cui, a margine, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha incontrato il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov per parlare di Siria, Afghanistan, Ucraina e naturalmente della crisi venezuelana, non sono mancate affermazioni dure da parte americana, che si dice pronta a fornire supporto armato alla sollevazione popolare capitanata da Guaidò.

Di rimando Mosca, per bocca del Ministro Lavrov, ha affermato perentoriamente che un tale intervento sarebbe “catastrofico ed ingiustificato” come riportato anche da Reuters ieri. Ma davvero gli Stati Uniti vogliono imbarcarsi in un’ennesima operazione militare dagli esiti incerti e potenzialmente catastrofica?

Uno “stallo alla venezuelana”

Se diamo ascolto alle dichiarazioni dello stesso Ministro degli Esteri russo al termine del vertice di Helsinki potremmo dire che la tensione tra le due (super)potenze è andata stemperandosi.

Dopo l’ incontro con Pompeo, Lavrov ha infatti detto che “siamo categoricamente contrari all’intervento armato. Può essere autorizzato solo dall’Onu, o in risposta all’ aggressione contro uno stato sovrano” come riportato da La Stampa. “In base ai miei contatti con i colleghi statunitensi, europei e latinoamericani, non vedo sostenitori di una soluzione bellica imprudente” ha aggiunto, definendo nel contempo “buona e costruttiva la riunione” e annunciando che Putin e Trump “si incontreranno appena avranno la possibilità, e sono convinto che ci sarà l’ occasione”.

La situazione attuale in Venezuela è tale, in questo momento, che un intervento armato Usa risulterebbe deleterio, e ancora una volta il merito di aver sparigliato le carte in tavola ed essere giunti a questo “stallo” è della Russia.

Mosca ha da sempre sostenuto il regime venezuelano, dapprima con Chavez ed ora con Maduro, per le facilmente intuibili motivazioni strategiche: contrastare ovunque, per quanto possibile, l’egemonia globale americana, perfino nel “cortile di casa” statunitense rappresentato dal Centro e Sud America.

Quando la situazione in Venezuela è andata deteriorandosi con la delineazione di un leader di opposizione al regime apertamente sostenuto da Washington, Mosca è corsa ai ripari a modo suo: non è un segreto che, in questo momento e da qualche mese, un numero consistente di consiglieri militari russi sia presente in quel di Caracas.

La recente “visita di cortesia” di una coppia di bombardieri strategici Tupolev Tu-160 – dispiegata in Venezuela con un notevole ed efficace supporto logistico – è stato il prodromo dell’arrivo dei consiglieri militari ed un chiaro segnale agli Stati Uniti, come già evidenziato in occasione anche della loro partecipazione ad esercitazioni militari congiunte con l’Aeronautica Venezuelana, che la Russia non intende abdicare dal ruolo di protettrice del regime.

Parallelamente, e proprio come risultato del lento ma costante aumento della presenza di consiglieri militari russi, le stesse forze armate venezuelane hanno aumentato il loro livello di prontezza. La ricognizione satellitare, in questi ultimi mesi, ha evidenziato più volte come Caracas abbia attivato le proprie batterie di sistemi missilistici da difesa aerea S-300VM. Nell’ultimo passaggio del satellite noto, quello del 7 aprile scorso, si nota con chiarezza che i radar del sistema sono stati eretti e quindi sono operativi.

Non solo. Anche la flotta di velivoli Su-30 ha visto, questa volta a fine febbraio, attività del tutto inusuale. Alcuni velivoli sono stati dispiegati all’esterno degli shelter di protezione, pronti a decollare su allarme. Un fatto molto raro nella storia del Venezuela degli ultimi anni.

Questo dimostra due cose. In primo luogo l’evidenza dell’aiuto logistico russo: il regime di Maduro, alle prese con una profonda crisi economica, non avrebbe mai avuto la capacità, autonomamente, di riattivare i propri sistemi di difesa. In secondo luogo dimostra la volontà di Mosca di non mollare la presa sul Venezuela preparandolo (e preparandosi) ad un eventuale conflitto armato.

Sommando quindi questi fattori si è determinato un vero e proprio stallo che comporta una ridefinizione della sorte dello stesso Maduro. Mosca sta dicendo a Washington che una caduta violenta del regime, auspicata anche dal Brasile di Bolsonaro, non è una soluzione percorribile e, grazie al proprio appoggio sempre più esplicito, gioca la carta delle libere elezioni, che comunque potrebbero vedere la fine dell’era del socialismo bolivariano in Venezuela.

La posta in gioco non riguarda solo il Venezuela

Al di là delle motivazioni di ordine economico che caratterizzano questo gioco geopolitico – il Venezuela galleggia letteralmente sugli idrocarburi avendo riserve accertate pari a 1300 miliardi di barili di petrolio equivalente, quasi pari a tutte le riserve convenzionali del resto del mondo – c’è un fattore di ordine politico per nulla trascurabile.

Il Venezuela viene considerato dagli americani come il proprio “cortile di casa”, al pari di Cuba, degli Stati del Centro America e di quelli dell’America Meridionale, come ribadito recentemente dallo stesso John Bolton, l’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Trump. In una dichiarazione del primo maggio scorso ha infatti esplicitamente sostenuto che “questo è il nostro emisfero, dove non ci devono essere interferenze russe”.

Risulta chiaro quindi che la Russia sia prepotentemente interessata a inserirsi con maggior vigore in questa parte di mondo soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti, da almeno due decenni, si sono inseriti direttamente nella “sfera di influenza” russa in Europa e in Asia: oltre alla ben nota questione dell’Ucraina, l’allargamento dell’attività della Nato in realtà un tempo facenti parte dell’Unione Sovietica e considerate da Mosca il proprio “cortile”, come la Georgia, è la dimostrazione di come Washington stia accerchiando la Russia attraverso partnership più o meno dirette.

Al Cremlino questo non piace non solo per una questione strategica/militare: si teme infatti che la penetrazione occidentale lungo i propri confini possa determinare un effetto domino con lo sconvolgimento, più o meno diretto, dell’ordine interno.

Il futuro del Venezuela resta quindi incerto. Da un lato la possibilità di uno scontro armato che interessi Russia e Usa, per procura o direttamente, resta viva, dall’altro l’ipotesi di un regime change pacifico, orchestrato a due da Mosca e Washington che vedrebbe una spartizione dei poteri – e delle commesse petrolifere – tra le due superpotenze nel Paese, non è così peregrina come si potrebbe pensare.





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