Cosa è la guerra ibrida?
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Vannacci, il dado è tratto: correrà alle politiche del 2027 con il marchio “Futuro Nazionale”. Ma il Cesare del “mondo al contrario” (il bignamone della destra profonda) ha varcato un Rubicone che, di riffa o di raffa, lo ricondurrà in tutti i casi alla sponda in cui non può non stare: a destra. Tanto rumore per nulla? Non esattamente. Vediamo perché. 

Cosa è successo. Nella giornata di ieri Roberto Vannacci, eletto due anni fa all’europarlamento con più di 500 mila voti, ha lasciato la Lega di cui è vicesegretario. Lo ha fatto con un lungo post sui social in cui ha lanciato il manifesto politico di una forza che si colloca a destra del centrodestra. Il leader leghista Matteo Salvini ha replicato seduta stante, pubblicando un video il cui l’ex generale arringava la folla di Pontida sulle parole d’ordine di “onore” e “fedeltà alla parola data”. Un “traditore”, lo ha liquidato Francesco Giubilei, inviperito perché il logo del nuovo movimento vannacciano sarebbe un plagio di quello della fondazione da lui presieduta, Nazione Futura. Giubilo da parte dei dirigenti del Carroccio, Luca Zaia in testa: finalmente si è levato di torno il “corpo estraneo”. Soddisfazione da parte di Matteo Renzi, che ha commentato ricordando che Vannacci potrebbe dare rappresentanza elettorale ai delusi di un centrodestra troppo di centro e poco di destra. Una percentuale piccola, ma addirittura in grado, secondo il ras di Italia Viva, di far perdere alla Meloni la sfida alle urne l’anno prossimo. 

Perché lo ha fatto. Il disegno che evidentemente ispira Vannacci è andare alla conta della sua possibile base elettorale, data in una forbice fra il 2% e, secondo i suoi simpatizzanti, niente meno che il 7%. Il personaggio è ambizioso, e ha costruito la sua immagine sulla sagoma dell’uomo tutto d’un pezzo, dai valori granitici, che va per la sua strada costi quel che costi. Politicamente, fino ad oggi si è mosso bene: cavalcata l’immensa popolarità di un libro, complice Repubblica e i media più moralisti, dalla prosa ingenua ma dal contenuto mirato (ci sono tutti i temi-chiave della sensibilità media del popolo di destra-destra), l’ex capo missione Nato in Afghanistan e Bosnia è poi salito in groppa alla Lega, per una prima capitalizzazione del proprio seguito con le europee del 2024. Ha così riequilibrato in positivo il risultato di un partito in difficoltà, e dal proprio punto di vista ha conquistato un posto – il seggio a Bruxelles – che regala visibilità e remunerazione senza faticare tanto. E senza impelagarsi nella palude romana. 

Le conseguenze per la Lega. L’ultimo partito risalente alla Prima Repubblica è un partito tardo-leninista: il capo, chiunque sia, una volta eletto controlla a cascata l’intero apparato, giù giù fino all’ultimo consigliere comunale. In più, al minimo cenno di dissidenza Salvini non ha esitato a far scattare commissariamenti a catena. Nominando l’anno scorso Vannacci come suo vice, il segretario leghista ha cercato di blindarne l’ingombrante figura, dotata di un consenso personale tutto suo e perciò malvisto dalla nomenclatura interna. Calcolo rivelatosi ingenuo. Il “Capitano” è da un bel po’ che sembra agitarsi come un pugile suonato: dal Ponte sullo Stretto (mai amato dall’elettorato leghista del nord) al nuovo codice della strada (troppo draconiano anche per chi vota Lega), dalla mancata abolizione della legge Fornero alla politica estera disallineata a parole ma allineata nei fatti (gli aiuti all’Ucraina sempre votati e garantiti), Salvini è stretto in un vicolo cieco, con uno spazio politico che si riduce.

Da una parte c’è Fratelli d’Italia che egemonizza il campo di destra, dall’altra Forza Italia che richiama a sé il campo di centro. Con Vannacci che punterà a erodere il suo bacino d’utenza, Salvini dovrà giocare a fare l’equilibrista. Ma chi non ha un’identità chiara e forte, spiegano sondaggisti e politologi, rischia di essere scaricato dall’elettore, che se e quando non si rifugia nell’astensione lo fa perché ha trovato un brand in cui identificarsi, più o meno a sufficienza. Auguri. 

Il messaggio politico. Far tornare l’Italia “un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo”. Una destra non ridotta al suo contrario, a “una sinistra sbiadita e un po’ meno alla moda”, a “geometria variabile come la famiglia queer”. Comunque, non “moderata”. In quella continuazione dello showbusiness con altri mezzi che è la politica occidentale, la scelta dei vocaboli obbedisce a precise strategie di marketing, naturalmente rispetto al proprio target. Ovvero, in questo caso, chi ha di recente votato anzitutto Lega, ma anche Fratelli d’Italia, per non parlare della marea, non facilmente calcolabile ma potenzialmente vastissima, degli astenuti dai sentimenti conservatori e sovranisti. “Sovrano”, infatti, richiama il sovranismo; “sicuro”, il bisogno, che in quell’area è prioritario, di sicurezza, ordine pubblico, repressione; “sviluppato” e “prospero”, un ovvio richiamo alla ricchezza, far girare l’economia ecc; “esclusivo”, in contrapposizione a “inclusivo”, mantra di sinistra. Su “libero”, invece, Vannacci sconta fin da subito un’ambiguità non da poco: libero, nei confronti di chi? Non c’è un solo riferimento preciso alla politica estera, in questa primissima piattaforma. La sua divergenza sulla guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia (dove fu addetto militare alla nostra ambasciata), così come certi suoi rilievi riguardo un eccessivo appiattimento sugli Stati Uniti e sull’atlantismo, sono contraddetti da una sperticata retorica in difesa dell’Occidente. Un edificio geopolitico in pezzi, ma che lui rivendica ancora come vessillo culturale. Vannacci è schierato con Israele, è un fan di Trump (“vero patriota”), ed è sì critico verso l’Unione Europea, ma guardandosi bene dall’includere nei suoi attacchi l’impalcatura su cui si regge: l’euro, che significa espropriazione alla fonte della sovranità monetaria, e dunque finanziaria e fiscale. Per il resto, presentarsi come l’alfiere di una destra smoderata, che cioè non insegue la sinistra sul politicamente corretto, è il fulcro dello storytelling che ne ha decretato la fama. 

Dove vuole arrivare. L’esito della sua scommessa dipende anzitutto dalla legge elettorale. Quella attuale prevede che quasi due terzi degli scranni alla Camera e al Senato derivino da un voto proporzionale (ossia distribuito secondo le percentuali prese da ogni partito), e ciò che resta venga assegnato con voto maggioritario (nel singolo collegio vince chi prende più preferenze). Ma c’è un problema: la soglia di sbarramento. La lista di partito che non supera il 3%, o la lista di coalizione che non arriva al 10%, rimane fuori. Da mesi, come ha confermato la premier Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno, ci sono “interlocuzioni” fra maggioranza e opposizione (leggi: Elly Schlein) per cambiare la legge elettorale, così da evitare l’incubo del pareggio.

L’ipotesi che va per la maggiore è un proporzionale puro, ma con un premio che darebbe la maggioranza in parlamento alla coalizione di partiti che dovesse raggiungere il 40 o il 42%. Sono però da discutere tre punti decisivi: se tornare o no alle preferenze personali (poter scegliere il singolo candidato così da scriverne il nome, oltre a barrare la crocetta), se inserire in scheda l’indicazione del candidato Presidente del Consiglio (formidabile assist per la Meloni, molto meno per la poco incisiva Schlein), e se aumentare al 4 o al 5% la tagliola d’ingresso per le piccole sigle. Vannacci deve aver tenuto conto soprattutto di quest’ultima variabile. Col che, delle due l’una: o presume di sbancare e raccogliere, da solo, una quota superiore anche a un’eventuale asticella alzata di uno o due punti; oppure, il suo azzardo presuppone che il limite d’accesso non verrà toccato (eventualità, questa, che non si capisce perché dovrebbero regalare ai partitini i due partitoni, Fdi e Pd). 

Cosa otterrà. O c’è una terza possibilità. Forse, chissà, la più realistica. In ogni caso, se vogliamo confidare nelle capacità di stratega di un militare, sicuramente da includere nel mazzo. Questa: Vannacci sta mettendo in piedi un’operazione di ammassamento truppe per gettare sul tavolo fiches proprie con cui trattare un “posto al sole” da una posizione di forza personale. Sta cioè imbastendo una chiamata alle armi di scontenti della Meloni preparandosi in realtà un bel paracadute, come minimo da ministro, in un futuro, plausibile governo Meloni 2. Checché ne dica Renzi (descritto dal Corriere della Sera come suggeritore del generalissimo) e a dispetto della rabbiosa stizza del Carroccio, chi si candida a presidiare elettoralmente la destra radicale è giocoforza costretto poi a trovare un’intesa con la destra moderata. A meno di non voler ridursi a scheggia impazzita. Facendo la fine dell’esponente di destra sociale Gianni Alemanno il quale, al netto della vicenda giudiziaria che lo vede da più di un anno in carcere, deve essersi alienato in modo fatale, a causa di una linea sull’Ucraina frontalmente anti-Nato (tabù assoluto, per la destra di governo), la già scarsa tolleranza della Meloni verso chiunque la disturbi al fianco destro. 

I due problemi più urgenti. Tuttavia, prima di andare a monetizzare il suo capitale politico l’ex comandante della Folgore deve, di qui alle elezioni, riuscire nell’impresa da guastatore. O, se si preferisce, da assaltatore. Ora, per una campagna elettorale servono, innanzitutto, soldi. Tanti soldi. Anche sommando i lauti ritorni dai libri (ne ha pubblicati in tutto due) e i fondi racimolabili in collette dai “team Vannacci” (che finora hanno arrancato), il paracadutista con segno X volerebbe ancora basso. Deve finanziare, infatti, una struttura diffusa sul territorio, come dovrebbe avergli insegnato la batosta alle regionali in Toscana. Piroettare in rete o sperare nella copertura mainstream come un Marco Rizzo qualsiasi non basta, per giocarsi davvero la partita.

L’ex parà ha un qualche sponsor di peso nascosto già sotto la mimetica? Si vocifera di appoggi russi, ma non esistono prove e perciò al momento è solo un’illazione senza fondamento. E infine, questione non meno importante: saprà offrire, il Vannacci  giocatore solitario, una lista con candidati credibili oppure, come di regola avviene per realtà incentrate su un leader-bandiera, “Futuro Nazionale” si rivelerà il ricettacolo di perdenti riciclati, seconde file e improvvisati in cerca d’autore? La sua, giura l’eroe (o il furbo gatekeeper?) di una destra nereggiante senza complessi, sarà una formazione  “vitale perché innamorata della vita”. Quanta, e che tipo di vita, questo sarà tutto da vedere. 

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Commenti

  1. Il primo uomo politico ad aver cavalcato il self publishing, ovvero il sacrosanto diritto di scrivere ogni sciocchezza che viene in mente e avere un successo inversamente proporzionale alla qualità della propria creazione. Sic semper scribanii.

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