Le principali crisi mediorientali sono entrate definitivamente nella competizione interna al Partito Repubblicano sulla successione a Donald Trump, sempre che l’attuale Presidente non decida di aggiungere un’ulteriore tensione ai già fragili assetti istituzionali statunitensidecidendo di candidarsi alle elezioni presidenziali per la terza volta.
Il Vicepresidente J.D. Vance si è in qualche modo intestato l’MoU USA-Iran firmato qualche settimana fa che ha introdotto una fragile tregua nel Golfo Persico, anche se lo stesso non fa mistero su quella che sarebbe l’effettiva intenzione di Washington in merito a tale Memorandum: beneficiare di una pausa di 60 giorni per calmierare le tensioni energetiche e rimpinguare gli stock di armamenti per poi riprendere eventualmente le ostilità. Difficile capire se il Presidente Trump condivida tale impostazione.
Il più diretto competitore di Vance per le Presidenziali del 2028, il Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche lui ha acquisito il suo giocattolo con cui baloccarsi e valorizzare la sua aspirazione alla Casa Bianca nella forma dell’accordo quadro tripartito firmato a Washington il 26 giugno scorso da Libano, Israele e Stati Uniti sotto la sua egida.
I prossimi mesi potrebbero vedere l’andamento di questi due accordi come due test per paralleli per comprendere anche le chances presidenziali dei due artefici statunitensi.
L’MoU sull’Iran è stato da principio percepito come una “vittoria iraniana” avendo legato il cessate il fuoco nel Golfo e quello in Libano, ma il successivo Framework tripartito su quest’ultimo paese potrebbe avere riequilibrato la situazione. Lo si vedrà e valuterà meglio nelle prossime settimane a partire dall’applicazione concreta delle due intese.
Il documento sul Libano, almeno retoricamente, si presenta come l’avvio di un percorso verso “pace e sicurezza durature”. Una lettura attenta del testo e, soprattutto, del Security Annex classificato – improvvidamente, e forse perfidamente, filtrato alla stampa dal Governo israeliano – che ne costituisce parte integrante, restituisce tuttavia un quadro ben più squilibrato di quanto la narrazione ufficiale suggerisca.
Il punto di partenza concettuale dell’intesa è la cosiddetta sequenzialità reciproca: le Forze armate libanesi (LAF) dovrebbero ripristinare la sovranità effettiva sul territorio nazionale “in attesa” del disarmo verificato di Hezbollah, condizione che a sua volta consentirebbe il ritiro progressivo delle forze israeliane (IDF). Sulla carta è un meccanismo simmetrico di scambio; nella sostanza, però, l’asimmetria di potere tra le parti rende questo schema profondamente squilibrato a favore di Israele. È quanto infatti emerge con chiarezza dall’allegato sulla sicurezza: a decidere se una delle due “zona pilota” designate nell’intesa (una a nord del fiume Litani e l’altra a sud) sia stata sufficientemente bonificata dalle infrastrutture di Hezbollah sarà lo Stato ebraico stesso, non un organismo terzo o un meccanismo di verifica condiviso.
Questo conferirebbe di fatto a Gerusalemme un potere discrezionale (e di veto sugli impegni futuri) pressoché illimitato sui tempi e sui modi del proprio ritiro, trasformando quella che dovrebbe essere una exit strategy in una clausola potenzialmente aperta a tempo indeterminato. Del resto, la parola ritiro “withdrawal”, riferita ad Israele, non è mai menzionata né nel Framework né nel Security Annex.
A questo si aggiunge un secondo elemento critico: la cosiddetta Linea Gialla, la fascia di sicurezza che le forze israeliane continueranno a presidiare a ridosso del loro confine, non è oggetto di una presenza meramente statica, ma di un vero e proprio mandato operativo che autorizza l’esercito israeliano a intervenire militarmente contro minacce “immediate ed emergenti” all’interno del territorio libanese.
In altre parole, anche dopo la firma dell’accordo, Israele si riserva per via pattizia il diritto di azione unilaterale in territorio sovrano altrui, un’eccezione che difficilmente trova equivalenti in altri accordi di sicurezza bilaterali tra Stati formalmente non in guerra dichiarata l’uno contro l’altro.
In fin dei conti, è risaputo che in Medio Oriente i cessate il fuoco siglati con Israele impegnano tutti tranne quest’ultimo che ha sin qui beneficiato della nota impunità politica garantita dagli Stati Uniti anche nella forma dello scudo legale garantito da Washington nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, è il dettaglio relativo alla richiesta di secretazione dell’allegato di sicurezza: secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, non sarebbe stata Gerusalemme a chiedere la riservatezza, bensì lo stesso governo di Beirut, pur avendo approvato pubblicamente l’accordo “in termini di principi”. Il governo libanese sembra consapevole che la pubblicazione integrale dei dettagli operativi lo avrebbe esposto ad un’accusa difficilmente confutabile, quella di aver concordato una cessione di fatto di sovranità in cambio di una promessa di ritiro la cui tempistica resta, nella sostanza, nelle mani della controparte. Il timore di un contraccolpo interno, in un Paese già attraversato da fratture profonde lungo linee confessionali e politiche, ha probabilmente prevalso sulla trasparenza verso l’opinione pubblica.
Sul piano della legittimità politica interna, l’accordo si scontra inoltre con il netto rifiuto di Hezbollah, e dell’altro movimento sciita, Amal, che lo ha bollato come una “deriva politica e di sicurezza” capace di minare la sovranità libanese e di alimentare “pericolose divisioni interne”.
Al di là della retorica di parte, l’obiezione coglie un punto reale: un’intesa che esclude dal tavolo negoziale la componente politico-militare più rilevante del Paese, per quanto controversa, rischia strutturalmente di restare un accordo tra il governo centrale e attori esterni, privo di un consenso interno sufficientemente ampio da garantirne l’attuazione duratura. Le proteste di piazza registrate a Beirut nelle ore successive alla firma, insieme ai bombardamenti israeliani nei pressi di Markaba avvenuti nella stessa notte, confermano quanto la situazione interna libanese resti fragile e potenzialmente esposta ad un rigurgito di guerra civile.
Va riconosciuto, in termini di equilibrio valutativo, che l’accordo introduce elementi non trascurabili: il riconoscimento reciproco di sovranità, l’istituzione di gruppi di lavoro per un’intesa di pace e sicurezza più ampia, e soprattutto l’individuazione di due predette zone pilota concrete in cui avviare un primo trasferimento di responsabilità all’esercito libanese rappresentano passi procedurali reali, per quanto modesti. Lo stesso Rubio, con un understatement che suona quasi onesto, lo ha definito “solo l’inizio dell’inizio”. Resta però il problema di fondo: un processo la cui architettura giuridica affida a una sola delle parti — quella militarmente più forte — la valutazione delle condizioni che innescano gli obblighi reciproci tende strutturalmente a produrre un equilibrio precario, più simile a un regime di occupazione temporanea regolata che a un trattato di pace tra eguali.
In definitiva, il Framework Agreement appare meno come la cornice di una pace duratura e più come la formalizzazione giuridica di uno status quo favorevole a Israele, mascherata dal linguaggio diplomatico della reciprocità. Il vero banco di prova non sarà la firma apposta a Washington, ma la sua attuazione concreta nei prossimi mesi: se il ritiro delle forze israeliane dalle zone pilota avverrà secondo tempi verificabili e con criteri condivisi, o se invece l’ampia discrezionalità israeliana prevista dall’allegato segreto si tradurrà, come molti analisti già temono, in un rinvio indefinito che lascia il sud del Libano in una condizione di sovranità solo nominale.
Permane comunque l’incognita maggiore: non esiste oggi un soggetto interno o esterno al Libano che abbia la forza politica e militare per disarmare le milizie di Hezbollah; un tassello che nella visione statunitense e israeliana è il principale prerequisito per la stabilità del paese e per restituirgli – con un completo ritiro israeliano – la sua autentica sovranità. L’impasse libanese sembra purtroppo destinata a protrarsi.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

