La Repubblica Islamica dell’Iran è scossa dalla più forte ondata di proteste dal 2022 a oggi e nel cuore del tumulto, con una reazione governativa che alterna bastone e carota, oggi sono arrivate le parole della Guida Suprema Ali Khamenei alla nazione. Un appello unitario, rivolto ai protestanti nelle strade con parole nette:”Cari giovani, mantenete la vostra preparazione e la vostra unità”, ha dichiarato l’Ayatollah.
Le parole di Khamenei
“Una nazione unita sconfiggerà qualsiasi nemico”, sottolinea Khamenei, aggiungendo che non permetterà che i protestanti solidarizzino con “agenti stranieri” coinvolti nel fomentare le rivolte e che Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sbaglia a cercare di interferire nelle manifestazioni di piazza. Un discorso meno battagliero di altri fatti in passato, dove con il suo stile Khamenei ha provato a essere conciliante, ma che manifesta la debolezza di fondo di un sistema di potere che vacilla, anche se è ancora presto per darlo per morto o moribondo.
Khamenei ha parlato il giorno dopo che il governo della Repubblica Islamica di Masoud Pezeshkian, che nelle prime ore della protesta si era appellato alla componente bazari e mercantile per andare incontro alle domande della piazza sul fronte economico e della lotta al carovita, ha deciso di tagliare l’accesso a Internet della popolazione.
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L’Iran e le proteste, tra bastone e carota
Secondo Arman Mahmoudian, politologo dell’University of South Florida, ricorda che “storicamente, nelle precedenti ondate di proteste, le interruzioni di Internet sono state spesso seguite, entro circa 48-72 ore, da un notevole calo del volume, del coordinamento e della coerenza delle proteste”. L’appello di Khamenei e il pugno duro della piazza, in unione, mirano a far scemare l’intensità dell’insorgenza, però, secondo l’esperto, “se le proteste mantenessero il loro livello attuale o addirittura si espandessero, e i manifestanti continuassero a controllare le strade, allora questo sarebbe uno sviluppo epocale e un segnale forte che la situazione sta cambiando davvero le carte in tavola“.
Il punto debole delle parole di Khamenei sta proprio nel loro riferirsi a un quadro politico e istituzionale ormai in larga parte superato dagli eventi, quello cioè di una Repubblica Islamica capace di mantenere al contempo l’equilibrio interno, la pace sociale, la tenuta economica e la gestione degli affari internazionali con una strategia di proiezione. Ad oggi, il governo di Teheran è sulla difensiva su ogni fronte e la sensazione è che negli apparati politici, nel mondo militare e nelle istituzioni dell’Iran si stia già facendo i conti con il futuro, con l’assetto post-Khamenei che, per via dell’anziana età della Guida e del calo di popolarità, dovrà prima o poi essere discusso. Il nodo fondamentale è riferito al fatto che il futuro dell’Iran sembra lasciar presagire un lungo canto del cigno del sistema attuale che non è ancora detto possa produrre strappi radicali.
Regime change o guerra civile?
Non è per ora ipotizzabile, realisticamente, un regime change pilotato dall’esterno (Usa o Israele) che porti al potere Reza Ciro Pahlavi, erede della dinastia imperiale persiana detronizzata dal 1979. Pahlavi, che lavora apertamente per questo obiettivo, non ha una base di consenso nel Paese, non ha conoscenza degli apparati militari e repressivi e qualsiasi collasso del regime degli ayatollah e del sistema duale, teocratico e politico, dell’Iran produrrebbe come esito una guerra civile su faglie politiche ed etniche piuttosto che un cambio della guardia repentino. Ipotesi, questa, da incubo per l’intero Medio Oriente e l’Asia Centrale.
La prospettiva che può aprirsi è inevitabilmente complessa e andrà capito il rapporto di forza tra le varie anime politiche e militari di Teheran e il ruolo della protesta nel trovare uno sbocco politico e una leadership centralizzata. In un certo senso, i moti del 2022 trovarono uno sbocco nell’apertura della leadership teocratica alla candidatura presidenziale di Pezeshkian dopo la morte di Ebrahim Raisi nel maggio 2024. Ad oggi la situazione è più articolata. Del resto, la morte di Raisi ha anche tolto di mezzo il più credibile successore di Khamenei, come scrive Amjaw:
Fino alla scomparsa di Raisi, avvenuta in un incidente in elicottero nel nord-ovest dell’Iran lo scorso anno, l’ex presidente della Corte Suprema era ampiamente considerato il candidato preferito dall’establishment conservatore, attentamente posizionato durante la sua presidenza e i suoi precedenti incarichi per consolidare il sostegno degli ambienti clericali, giudiziari e della sicurezza.
Le domande sul futuro dell’Iran
Ora la domanda è divenuta un’altra: ci sarà un successore di Khamenei? Premessa necessaria per molti interrogativi. Come convivrà il dualismo teocratico-politico del sistema iraniano? Come si schiereranno i Pasdaran e i vertici dell’apparato securitario in caso di prosieguo delle proteste? Cercheranno la repressione o proveranno l’ipotesi della “dittatura militare” spesso evocata? E, soprattutto, qual è la forza effettiva del regime iraniano dopo la guerra di giugno con Israele, un’estate di siccità, impoverimento e crisi energetica, i tumulti delle piazze e un autunno contraddistinto dalla nuova cappa di sanzioni internazionali?
La debolezza strutturale interna chiama quella esterna, col combinato disposto tra il declino della “Mezzaluna sciita” e la sempre più remota possibilità di accelerare sul programma nucleare che riduce le opzioni a disposizione del sistema di Teheran. L’unità evocata da Khamenei è remota. Ma ad oggi una vera alternativa alla Repubblica Islamica sembra mancare. Ed è questo forse il paradossale punto di forza di un sistema in condizioni critiche.
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