Vaccino, siamo la ruota del carro d’Europa (e forse ce lo meritiamo)

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Sono state soltanto 9750 le dosi di vaccino prodotto dal colosso farmaceutico americano Pfizer consegnate lo scorso 27 dicembre (il cosiddetto “Vax-Day). Cifra molto diversa rispetto al quantitativo che, secondo il report dell’agenzia di stampa Reuters, sono state consegnate alla Germania (150mila), Svizzera (107mila) e addirittura di poco inferiori rispetto a quelle ottenute da Svezia e Norvegia (10mila cadauna), le quali però hanno una popolazione aggregata di circa un sesto rispetto a quella italiana. E sebbene lo stesso ministro della salute italiano Roberto Speranza abbia tenuto a precisare che questa primo invio è stato “puramente simbolico” e che dalla prossima settimana il nostro Paese si attenda una fornitura di 470mila dosi settimanali, la sproporzione della prima fornitura è chiaramente evidente. Anche sotto ad un punto di vista meramente simbolico.

Italia maglia nera della prima fornitura

I dati del contagio e della pandemia in Italia sono tanto chiari quanto allarmanti. Il nostro Paese si trova infatti (assieme ad un altro Paese europeo, il Belgio) ai vertici dei tassi di mortalità mondiali in rapporto alla popolazione totale. Abbiamo sfondato la quota 71mila morti e la luce in fondo al tunnel sembra ancora troppo lontana per essere anche solo intravista. Lo stesso calo dei contagiati assoluti giornata per giornata non è accompagnato da una decrescita del rapporto tra tamponi positivi e negativo e soprattutto è seguito da una drastica riduzione rispetto agli scorsi mesi del numero di tamponi effettuati. E in questo scenario, la situazione appare davvero drammatica.

Poi arriva la “salvezza” attesa dai virologi sin dallo scoppio della pandemia: il vaccino. Ed all’Italia, dal basso della sua condizione drammatica, vengono consegnate 9750 dosi simboliche. Una sorta di sprone, insomma, che spegne però le speranze di chi già sperava con il finire di questo 2020 di partire a raffica con le vaccinazioni, delineando una scena quanto mai agghiacciante e forse velatamente patetica.

Siamo lo zimbello d’Europa?

Patetica, sì. Perché quando ad un politico eletto ed alla guida di un Paese viene a conoscenza del fatto che al suo popolo, gravato dalle mille difficoltà, vengono destinate delle dosi ridicole di forniture mediche egli deve essere disposto a battere i pugni, minacciando addirittura di far saltare il banco. Così, però, non è stato. L’Italia è il Paese europeo con più morti e forse il più colpito anche in ottica futura sotto il punto di vista economico; in questo scenario, 9750 dosi altro non sono che una presa in giro. Una pacca sulla spalla con la promessa di ottenere un rapporto migliore nelle settimane successive; ma per quanto ancora potrà andare avanti questo trattamento da parte dell’Europa?

Bisogna però essere anche chiari ed oggettivi: abbiamo fatto di tutto poiché ciò accadesse. La nostra linea politica è stata quella di appoggiare quasi alla cieca le direttive delle istituzioni internazionali e delle istituzioni europee, affidandoci quasi a cosa gli altri decidessero per noi. Ci siamo fatti cogliere molto più impreparati della Germania rispetto alla distribuzione stessa del vaccino (Berlino, infatti, sapeva già lo scorso novembre a chi le dosi sarebbero state destinate) e l’esperienza attuale con il vaccino influenzale forse ha spinto la stessa Pfizer ad iniziare la somministrazione tra chi si era dimostrato più preparato. E in verità, dunque, non tutto accade per caso, e il trattamento che è stato riservato al nostro Paese dovrebbe spingere noi tutti a porgerci ben più di un singolo interrogativo.

Non si sente la voce italiana a Bruxelles

Dallo scoppio della pandemia in avanti, la voce italiana negli alti palazzi di Bruxelles è divenuta sempre più flebile. In parte per l’impreparazione all’interno della quale ci siamo fatti cogliere e in parte nella speranza che una soluzione comune potesse essere migliore di una soluzione nazionale, ci siamo fatti “superare” da chi invece la voce in capitolo ce l’ha messa sin dal principio. Ironicamente, però, se ci fosse stato ancora Matteo Salvini al governo, 9750 dosi di vaccino sarebbero state considerate un fallimento delle politiche nazionalisti. Essendoci però il Partito Democratico, lo stesso quantitativo è però il successo (segnato da un evento simbolico) delle politiche europeiste.

E per il nostro Paese, purtroppo, è proprio questa la quotidianità: essere la ruota del carro d’Europa. Nonostante gli oltre 71mila morti, nonostante essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa nonché la terza economia. Nonostante essere il più grande patrimonio culturale della stessa Unione europea, fondamento stesso della quasi totalità delle tradizioni e della cultura occidentale. E nonostante essere, purtroppo, proprio coloro che forse in questo momento necessitano del vaccino più di tutti gli altri.