Un recente sondaggio condotto nel Regno Unito da Redfield & Wilton segnala che nelle intenzioni di voto i conservatori del premier Boris Johnson sono largamente al di sopra dei laburisti, conducendo col 45% contro il 36% degli avversari. YouGov, addirittura, parla di un vantaggio dei Tory di ben tredici punti: 45% contro 32%. Si tratta solo di rilevazioni, chiaramente, ma il trend è indicativo: Boris Johnson si sta riprendendo il Regno Unito e, sulla scia dell’avanzata della campagna vaccinale, mira a riscattare l’anno della pandemia e diverse incertezze politico-organizzative garantendo al Regno Unito un’ordinata ripartenza dal Covid-19 e una crescita economica sostenuta.

Quasi 23 milioni di britannici hanno ricevuto la prima dose del vaccino, oltre un terzo della popolazione, Londra non ha subito problemi di fornitura come l’Unione Europea marcando una vittoria politica e d’immagine dopo la regolamentazione dei rapporti post-Brexit, il siero nazionale AstraZeneca affluisce con regolarità assieme al vaccino Pfizer, il governo ha articolato un ambizioso piano di ritorno alla normalità destinato ad estendersi fino all’estate, secondo Ernst&Young il Regno Unito sul fronte economico vedrà un corposo ritorno alla crescita del Pil del 5% nella seconda parte del 2021 e del 6,5% nel 2022. Johnson gongola e si gode il suo riscatto dopo la crisi politica di fine 2020, periodo in cui la sua leadership sembrava esser messa a rischio dalla seconda ondata, mentre il Labour è messo all’angolo.

Keir Starmer, dal momento della successione a Jeremy Corbyn, non ha mai saputo presentare una visione alternativa a Johnson capace di rompere l’isolamento in cui la sinistra britannica si è cacciata. Generosa e ideologica, l’agenda politica di Corbyn sconfitta alle elezioni del 2019 (forte di un piano massiccio di nazionalizzazioni e di un ripudio dell’agenda liberale di Tony Blair) non attecchì perché, in larga misura, Johnson fu in grado di toglierle il terreno sotto i piedi con un forte richiamo alla piccola e media impresa, allo sviluppo infrastrutturale delle roccaforti della “Cintura rossa” del Nord dell’Inghilterra, con una decisa spinta sul completamento della Brexit.

Il timore di Starmer sul fatto che potesse essere stato il programma, e non la debolezza comunicativa, a condannare Corbyn lo hanno inchiodato a un iper-moderatismo che ha prodotto risultati paradossali quando, presentando a inizio marzo le linee guida per il nuovo piano di stimolo economico, Johnson e il cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak hanno proposto dall’aprile 2023 un moderato aumento della tassa sugli utili societari, dal 19 al 25%, non tanto per ripagare i massicci deficit prodotti dalla pandemia (280 miliardi di sterline solo nel 2020) quanto piuttosto per lanciare un messaggio di equità sociale e dare l’idea di uno sforzo comune nella battaglia anti-Covid. Ebbene, la proposta dei conservatori è stata duramente contestata dalla sinistra, in un ribaltamento di ruoli che apparirebbe strano se non si guardasse alla mappa elettorale delle ex roccaforti popolari ed operaie, oramai espugnate dai Conservatori.

Una mossa tanto azzardata, quella di Stamer, da impedirgli di pungolare Johnson e Sunak sul vero punto debole del piano di budget, ovvero il moderato aumento concesso agli stipendi del National Health Service, che ha mostrato come contraddittorio all’occhio dell’opinione pubblica il leader dell’opposizione e di una forza, sulla carta, “progressista”. Specie se si considera il fatto che il piano di Johnson e Sunak comprende, per i mesi a venire, favori ai redditi della classe media, sostegno agli schemi anti-disoccupazione, superbonus al 130% per gli investimenti industriali: misure che sarebbe azzardato definire lontane da diverse proposte a lungo sostenute dal Labour e che l’opinione pubblica ha mostrato di gradire.

Politicamente si apriranno dunque mesi di navigazione serena per BoJo, ora capace di consolidare la sua presa sulla maggioranza e di condurre il governo a una fase in cui sarà possibile analizzare le strategie future per il Regno Unito post-Brexit. In cui rientreranno piani di transizione ecologica molto strutturati e progetti di accordi commerciali in grado di plasmare le future piattaforme su cui Londra si muoverà come attore finanziario ed economico negli anni a venire. Politiche accelerate dalla strategia vaccinale massiccia che ha trainato la possibilità di un pronto ritorno alla normalità e permette di immaginare un futuro post-Covid. Di cui Londra potrebbe avere un’anticipazione in estate qualora il Regno Unito riuscisse a ottenere l’organizzazione completa degli Europei di calcio che la Uefa aveva inizialmente previsto come “itineranti” prima di rinviarli l’estate scorsa: una mossa che segnerebbe una discontinuità sulla capacità britannica di guardare oltre la pandemia. Non a caso fortemente sponsorizzata dall’inquilino di Downing Street.