“La definizione di follia è ripetere la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.” Così ha commentato su X il senatore repubblicano Rand Paul dopo che questa settimana il Senato statunitense ha respinto, con 48 voti favorevoli e 51 contrari, la risoluzione sui poteri di guerra presentata da lui insieme al democratico Tim Kaine.
La proposta chiedeva di votare sul ritiro delle forze statunitensi coinvolte in operazioni militari in Venezuela, avviate senza l’approvazione del Congresso. È la seconda risoluzione di questo tipo a essere bocciata negli ultimi due mesi, e la seconda da quando, a inizio settembre, l’amministrazione Trump ha iniziato a bombardare imbarcazioni, una di queste proprio stamattina, accusate di trasportare droga verso gli Stati Uniti.
Accuse mai verificate: gli attacchi, infatti, hanno lasciato solamente tre sopravvissuti, che non sono stati e non saranno né trattenuti né processati con l’accusa di presunto traffico di droga e questo perché gli Stati Uniti non possono sostenere l’onere della prova. Lo dice Sara Jacobs, democratica della California e membro della Commissione Difesa della Camera, in un’intervista rilasciata a The Intercept.
“Hanno spiegato che non potevano trattenere o processare i sopravvissuti — né negli Stati Uniti né nei Paesi di rimpatrio — perché non disponevano di prove sufficienti … Questo ha portato alcuni a osservare che pare che servano prove più schiaccianti per detenere qualcuno piuttosto che per ucciderlo. Ed è un problema serio.»
“Anche se il Congresso lo autorizzasse,” continua Jacobs, “sarebbe comunque illegale secondo il diritto statunitense e internazionale, perché non siamo in guerra con questi cartelli … Quindi, in pratica, si tratta di omicidio.”
Jacobs ha anche raccontato che durante un briefing sul tema, alcuni funzionari del Pentagono “hanno detto che non è necessario identificare con certezza gli individui a bordo delle imbarcazioni prima di colpirli … basta dimostrare un collegamento con un’organizzazione di narcotraffico o con un gruppo affiliato”. In pratica, il Pentagono non ha idea di chi sta uccidendo.
Relatori Onu e regime change
Al coro dei deputati e senatori si è aggiunto, negli ultimi giorni, un gruppo di relatori speciali e esperti indipendenti delle Nazioni Unite che ha definito questi bombardamenti “uccisioni extragiudiziali”, avvertendo che potrebbero rappresentare crimini internazionali. “Gli attacchi sistematici e letali degli Stati Uniti contro imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale sollevano gravi preoccupazioni circa la possibilità che si tratti di crimini internazionali…”
Affermazioni che lasciano il tempo che trovano dato che, come abbiamo imparato negli ultimi anni, i report dei relatori ONU non sembrano essere tenuti in grande considerazione a Washington, anzi.
Pur respinta, l’ultima risoluzione presentata al Senato è particolarmente rilevante perché, diversamente dalla prima, collega la situazione in Venezuela non più ai dubbi sull’efficacia o legalità delle operazioni antidroga dell’amministrazione Trump, ma alla ormai ampiamente sperimentata strategia di Washington del cambio di regime.
Molti senatori oltre Rand Paul riconoscono infatti che il vero obiettivo di questa guerra non riguarda la “lotta al narcotraffico”, ma la ridefinizione dell’egemonia statunitense nella regione. Il primo passo sarebbe il rovesciamento del governo Maduro, secondo una teoria del domino secondo cui se Caracas crolla, crolleranno anche gli altri governi non allineati con Washington (vedi le recenti minacce al Messico, alla Colombia e al Brasile). Una teoria già sperimentata varie volte altrove e ampiamente fallita.
Il senatore lo ha espresso chiaramente nel suo post, oltre che nel suo intervento al Senato ieri: “La follia di Washington è pensare di poter cambiare regimi in giro per il mondo e ottenere risultati diversi: Iraq, Libia, Siria. Ora il Venezuela. Il risultato è sempre lo stesso: caos, cartelli, terrorismo e guerre infinite.” E aggiunge: “Sì, Maduro è un dittatore. Ma non possiamo mandare americani a combattere ogni dittatore del pianeta. Una guerra in Venezuela rafforzerebbe i cartelli e provocherebbe nuove migrazioni di massa. E soprattutto, la Costituzione è chiara: solo il Congresso può autorizzare la guerra.”
Stesso copione, stessi esiti
Dal Vietnam al Venezuela, passando per l’Iraq, la Libia e la Siria, il copione è sempre lo stesso e la disfatta assicurata (con tanto di garanzia di migliaia di morti tra invasi e invasori).
Proprio lo stesso giorno, mentre Rand Paul e altri in Senato evocavano le vergognose disfatte del passato, sostenute anche da senatori chiamati a votare, moriva Dick Cheney, fervente promotore delle “guerre infinite” e mente dietro uno dei progetti di cambio di regime più distruttivi della storia: l’invasione dell’Iraq.
Che si tratti di guerra al terrore, al comunismo o alla droga, il risultato è identico e prevedibile. Nel caso venezuelano, è paradossale: il Drug Report 2025 dello United Nations Office on Drugs and Crime indica che la droga che entra nel Paese è più di quella che esce, e una quantità irrisoria di questa arriva negli Stati Uniti, rendendo difficile sostenere l’argomento della “lotta al narcotraffico”. A fronte di ciò, un’eventuale escalation militare e cambio di regime violento non farebbe che aumentare il traffico di droga e la destabilizzazione politica.
E sullo sfondo rimane il petrolio, ricchezza e condanna del Venezuela.
Insomma, la risoluzione non è stata approvata. Eppure qualche conseguenza l’ha avuta. Nei giorni precedenti al voto sembrava che sarebbe stata approvata. All’ultimo momento, colpo di scena: alcuni repubblicani che fino a poco prima sembravano orientati a votare a favore, come riportato da POLITICO nei giorni scorsi, hanno cambiato posizione.
Cosa è successo?
Per almeno due mesi, fonti dell’amministrazione avevano lasciato intendere ai media che fossero allo studio attacchi mirati e di terra in Venezuela, e che il rafforzamento militare nella regione servisse a spingere Maduro alle dimissioni o a provocare una rivolta interna, obiettivo che si cerca di raggiungere da anni attraverso le mortali sanzioni economiche imposte dagli USA al Venezuela.
Nei giorni prima del voto, però, la linea è cambiata improvvisamente: nessun attacco previsto, nonostante fosse in corso il più grande dispiegamento di forze militari nella storia dei Caraibi (di due giorni fa la notizia sul New York Times che almeno tre velivoli militari statunitensi, incluso un aereo d’attacco, hanno iniziato a operare da El Salvador).
Un dietrofront che sembra un’operazione di contenimento del danno in vista del voto in Senato: l’amministrazione Donald Trump si è affrettata a fare promesse e a rilasciare dichiarazioni per rassicurare i senatori repubblicani che non sussistono basi legali per un attacco al Venezuela, e dunque che non c’è necessità di votare la risoluzione. Resta da sperare che queste promesse valgano davvero o che, quantomeno, rappresentino un deterrente sufficiente, e che non siano solo un bluff, in attesa che arrivi al largo delle coste venezuelane la portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande del mondo.
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