Uno dei problemi fondamentali della geopolitica americana è sicuramente la Turchia. Un problema per certi versi sottovalutato dalla stessa opinione pubblica, concentrata soprattutto sulla presidenza Erdogan e sulla sua visione conservatrice e con cui sta modificando l’assetto della politica turca, ma che per gli Stati Uniti può essere assolutamente dirimente per comprendere le future relazioni con il Medio Oriente. La presidenza Erdogan sta lentamente scivolando verso un’orientalizzazione della sua politica estera se interna. E difficilmente oggi potremmo considerare Ankara un partner dell’Occidente se non fosse per la sua fondamentale partecipazione alla Nato. Lo iato che si sta espandendo fra la geopolitica turca e quella statunitense e occidentale è talmente ampio che oggi, al contrario, potremmo dire che soltanto la partecipazione della Turchia all’Alleanza atlantica fa credere che esista ancora un’alleanza con gli Stati Uniti. Perché le differenze cominciano ormai a essere fondamentali.

Negli ultimi tempi le frizioni diplomatiche fra il governo statunitense e quello turco sono state molto forti ed hanno pesato come un macigno sull’attuale composizione dello scacchiere mediorientale. Innanzitutto, Erdogan e gli Stati Uniti sono stati divisi per molto tempo, per anni, dalla presenza di Fetullah Gülen sul suolo americano. Accusato di essere il mandante del fallito golpe, il religioso turco, Gülen, è stato da subito oggetto di richiesta di estradizione da parte del governo turco nei confronti degli Stati Uniti. Tuttavia, l’atteggiamento ondivago degli Usa riguardo al fallito colpo di Stato dell’estate del 2016, con una presa di posizione contraria al golpe soltanto una volta appurato il suo fallimento, aveva da subito evidenziato questa discrepanza tra la Casa Bianca ed Erdogan per ciò che riguarda la rete legata a Gülen. La crisi dei visti degli ultimi giorni può essere ascritta a questa tensione latente e continua fra i due Stati proprio riguardo al problema della rete che Ankara ritiene legata al tentativo di rovesciamento del potere. I mandati di arresto contro due dipendenti della delegazione americana in Turchia, ritenuti membri della rete gulenista, hanno scatenato una delle peggiori crisi diplomatiche fra i due Stati, tanto che è stato bloccato il rilascio dei visti dagli Usa per la Turchia e viceversa.

Una crisi che ha lasciato tutti di stucco, soprattutto perché arrivata a pochi giorni dalla visita di Erdogan alla Casa Bianca in cui il presidente Trump aveva definito il leader turco “un amico” e dove c’erano stati segnali di una distensione fra i due Stati soprattutto dopo il crollo delle relazioni durante l’ultimo mandato Obama. Ma è una crisi che dimostra come ormai sia difficile considerare la Turchia come un Paese pienamente inserito negli schemi dell’Occidente e nella rete di alleanza create da Washington. Anzi, sono in molti gli analisti di Oltreoceano ed autorevoli think-tank che ritengono sia sempre più evidente che Ankara non sia affatto un alleato degli Stati Uniti, ma semmai una potenza regionale con cui collaborare per la tenuta degli interessi mediorientali. Del resto, non serve molto per capire che le divergenze siano ormai enormi, soprattutto sul fronte mediorientale. La visione turca di una sua espansione della sfera d’influenza, si scontra con una politica americana che invece non vuole il neo-ottomanesimo turco, così come non lo vogliono gli alleati regionali Usa: Israele e Arabia Saudita. A questo si aggiunge poi il fondamentale discorso del supporto americano ai curdi. Quelli che per Erdogan sono terroristi, per l’amministrazione americana sono alleati sul campo nella lotta al terrorismo e alla riconquista della Siria da parte dell’esercito siriano.

In generale, l’ascesa della Turchia come potenza regionale sta, di fatto, rendendo evidente che i lacci della Nato cominciano a essere stretti ad Ankara, soprattutto perché rappresentano ostacoli alla nascita di legami più stretti con i rivali della politica americana nel continente asiatico: Cina, Iran e Russia. La Turchia non è alleata di questi Paesi, che anzi, per certi versi (forse meno la Cina) rappresentano competitor storici per il Medio Oriente. Tuttavia, in questo momento storico di transizione della politica mondiale verso la multipolarità, rimanere ancorati a Washington è un problema per la Turchia, che anzi vede ottime finestre di opportunità per sviluppare la sua trama di interessi. Verso Occidente, in particolare nell’area balcanica, Erdogan può contare su importanti appoggi economici e culturali, in particolare in Kosovo e Bosnia per la forte comunità musulmana. Verso Sud, la Trucchia si proietta non solo verso la Siria a discapito dell’influenza di altri attori (in particolare del Golfo Persico), ma ha costruito una sua peculiare rete che la porta ad avere basi nel Golfo Persico e nel Corno d’Africa grazie anche all’appoggio alla Fratellanza musulmana. Verso Est, la questione curda ha riavvicinato la Turchia all’Iran, anche per la compravendita di idrocarburi, e, spostandosi ancora verso Oriente, la Cina è interessata a investire in Turchia per costruire l’asse geopolitico della Nuova Via della Seta. Infine, guardando verso Nord, la Russia sta diventando un partner politico ed economico di primo piano per la Turchia. Il gas e la Siria sono questioni prioritarie per entrambi i governi e la stessa acquisizione del sistema russo S-400 dimostra come vi sia una sempre maggiore collaborazione anche in ambito militare.  E in tutto questo, non va dimenticato un dato essenziale, cioè l’irrigidimento della società turca verso un conservatorismo che, in molti casi, si traduce anche in una forte ostilità verso gli Stati Uniti, considerati molto più come una minaccia che come una risorsa. Questa Turchia profonda, che è il bacino in cui pesca Erdogan, è emblematico dello spostamento del Paese verso un proprio assetto mediorientale piuttosto che come ultimo avamposto dell’Occidente atlantico in territorio asiatico.

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