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Politica

Usa tagliano rifornimenti a ribelli: ma resta il nodo dei curdi siriani

Il presidente americano Donald Trump lo aveva annunciato lo scorso luglio: gli Stati Uniti avrebbero revocato ogni sostegno ai ribelli siriani addestrati dalla Cia per combattere contro Bashar Al Assad. Ora, la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, è tornata...

Il presidente americano Donald Trump lo aveva annunciato lo scorso luglio: gli Stati Uniti avrebbero revocato ogni sostegno ai ribelli siriani addestrati dalla Cia per combattere contro Bashar Al Assad. Ora, la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, è tornata sull’argomento, dicendo: “Siamo nella condizione di smettere di fornire equipaggiamento militari a determinati gruppi”.

La mappa della Siria aggiornata al 28 novembre 2017
La mappa della Siria ad oggi. In rosso le zone controllate dal governo. In giallo quelle in mano ai curdi e in verde quelle dei ribelli. Il nero indica le ultime terre in mano alle bandiere nere dell’Isis

Quali siano questi gruppi, per il momento, non è dato saperlo. Di certo, non sembrano essere messe in discussioni le armi che Washington fornisce ai curdi, sempre più importanti nello scacchiere siriano e sempre più complicati da gestire. Proprio oggi, infatti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto: “Con il presidente americano bisogna parlare presto, ci sono delle questioni in ballo. Se non mi chiama lui nella prossima settimana sarò io a chiamarlo”. E la questione da trattare è una: i curdi. Che ruolo avranno nella Siria di domani? Cercheranno di ottenere un nuovo Stato come hanno fatto i curdi iracheni? E proprio nel vecchio rivale Assad il Reìs potrebbe oggi trovare un alleato: “Tutto dipende dalle circostanze, è inopportuno dire ‘mai’ in politica. Le porte della politica sono sempre aperte fino all’ultimo momento”.





L’appello dei curdi agli Stati Uniti

Ilham Ahmed – copresidente del Consiglio Democratico  Siriano, ovvero il braccio politico delle Forze Democratiche Siriane – ha fatto sapere in una nota che se gli Stati Uniti dovessero “voltare le spalle ai curdi” indebolirebbero l’unico loro alleato nel Paese che combatte contro le bandiere nere. 

Iniziano i colloqui di Ginevra

È iniziato oggi l’ottavo round di colloqui di Ginevra per arrivare a una soluzione del conflitto in Siria. La novità degli incontri che si stanno tenendo in queste ore è che, per la prima volta, l’opposizione si è presentata unita in un’unica delegazione che rappresenta tutti i gruppi che si oppongono a Damasco. A guidarla è Nasr al-Hariri. che ha l’obiettivo di convincere il governo a una transizione politica, alla stesura di una nuova costituzione e, infine, a nuove elezioni. 

La delegazione di Damasco arriverà a Ginevra solamente domani, ma solo venerdì prenderà parte ai negoziati. Nel frattempo, però, il governo ha accettato un cessate il fuoco nella Ghouta orientale, la regione a est di Damasco ancora in mano ai ribelli. Questa mossa è stata suggerita da Mosca, come ha spiegato l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura: “La Russia ha proposto – e il governo ha accettato – un cessate il fuoco nella Ghouta orientale”. Lo stesso inviato  ha inoltre proposto ai negoziatori di tenere colloqui diretti.

[Best_Wordpress_Gallery id=”787″ gal_title=”La vita nella Ghouta”]

Assad si allontana dal Golan

Assad vuole concludere la guerra. Una guerra che dura ormai da sei anni e che ha lasciato sui campi di battaglia quasi 500mila vittime. E, per farlo, deve trattare con tutti e affidarsi alla diplomazia russa che, in questi anni, si è mossa in modo pragmatico, portando il conflitto verso una soluzione. Per questi motivi, a Sochi, il presidente siriano ha detto di esser disposto a realizzare un’area demilitarizzata fino a 40 chilometri dalle alture del Golan, occupate dagli israeliani durante la guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Ma non solo. Il presidente siriano starebbe anche pensando di concedere una maggior autonomia ai curdi e ai drusi, puntando, in un certo senso, ad un nuovo Stato federale.

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L’incontro a Sochi tra Hasan Rouhani, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan

Affinché tutto ciò venga realizzato, è necessaria l’approvazioni di Israele e, per questo, la diplomazia russa sta facendo da intermediaria tra i due Paesi e le fazioni che oggi combattono in Siria e che a breve si riuniranno a Sochi per lavorare sul processo di pace.

Il nodo libanese

La crisi nata in Libano il 4 novembre scorso, in seguito alle dimissioni del premier Saad Hariri, nasce a Riad per cercare di aprire un nuovo fronte con l’Iran. Il Paese degli ayatollah, infatti, ha vinto la guerra il Siria, allargando così la propria influenza nella regione. Questa vittoria, però, è inaccettabile per i sauditi che ora cercano un diversivo. In questo conflitto, giocato su diversi piani, Hariri gioca una partita fondamentale. 

Proprio ieri, il primo ministro libanese ha detto: “Io voglio che il Libano sia neutrale mentre Hezbollah è in Siria ed in Iraq e tutto a causa dell’Iran”. Se il Partito di Dio e Teheran – ha proseguito Hariri – accetteranno i nuovi equilibri allora “resterò in carica ma se rifiutano lascerò”. Poi una frase sibillina sul suo soggiorno in terra saudita: “Tutto quello che è successo a Riad lo tengo per me”.

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