Da una delle pieghe più oscure dell’era Trump emerge la rivelazione: l’amministrazione ha fatto affidamento su un sito anonimo e filo-israeliano – Canary Mission – per identificare studentesse e studenti filo-palestinesi, inserendoli nelle proprie campagne di revoca visti e deportazione. Questo sito, lanciato nel 2014 e gestito senza trasparenza, pubblica dati personali, foto e attività online di proteste, con una narrativa costruita attorno all’accusa di antisemitismo o anti-USA .
Il meccanismo – oggi emerso in tribunale a Boston – era studiato nei minimi dettagli. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha creato un “tiger team” di analisti incaricati di estrapolare circa 100 profili da Canary Mission e siti simili come Betar US, per stilare dossier destinati a rivedere visti e autorizzazioni diplomatiche . Più del 75 % di questi profili derivava proprio da Canary Mission, ha confermato Peter Hatch, funzionario DHS, anche se difende la revoca affermando che tutte le informazioni venivano controllate internamente .
Nel frattempo, testimonianze e documenti svelano il coinvolgimento diretto della Casa Bianca. Stephen Miller, figura simbolo delle politiche anti-immigrazione di Trump, partecipava settimanalmente a riunioni dove si decideva il destino di accademici e studenti, programmando le mosse del DHS, del Dipartimento di Stato e del National Security Council .
Il nodo etico e politico
Ciò che emerge in superficie può sembrare mera questione amministrativa. Ma sotto, si legge qualcosa di ben più profondo: l’accreditamento del dissent come minaccia alla sicurezza nazionale. Una censura preventiva mascherata da revoca visti. Il confine tra legittima protesta e “minaccia” si fa così labile da mettere in discussione il fondamento stesso del diritto di parola accademica .
Nel processo in corso a Boston – promosso dall’American Association of University Professors e dal Middle East Studies Association – il cuore della questione diventa un bivio: si è agito secondo legge oppure in modo discriminatorio e politico? Il giudice William Young dovrà dirimere se il Primo Emendamento protegge anche chi, non cittadino, professa idee scomode nel campus .
Non è un timore astratto: studenti e scholar raccontano di avere già autocensurato il loro impegno politico, terrorizzati di perdere visti e opportunità. Columbia, Tufts e UCLA registrano un clima di tensione paralizzante. Accademici che un tempo partecipavano serenamente a sit-in pro-Palestina oggi evitano i microfoni e le proteste, per difendersi dallo spettro dell’espulsione .
Una democrazia sotto pressione
Ci troviamo davanti a un nodo drammatico del nostro tempo: può la libertà accademica sopravvivere se le idee diventano terreno di revoca o repressione? La democrazia americana – modello riconosciuto – rischia di subire una frammentazione inarrestabile se una parte del dissenso può essere considerata una minaccia e punita con l’espulsione.
La retorica di “sicurezza nazionale” diventa grimaldello per silenziare posizioni sgradite. Canary Mission, operazione non statale e non regolamentata, assurge a fonte ufficiale di informazioni strategiche per il governo. Dietro a tutto, il vero protagonista resta una domanda: l’idea può costare un visto, se ritenuta anti-americana o anti-Israele?
Verso un futuro nervoso
La posta in gioco è alta. Se il tribunale dovesse confermare l’abuso, si aprirebbe uno spiraglio per riaffermare, ancora una volta, la centralità della libertà di pensiero e la separazione tra dissenso politico e minaccia per lo Stato. Ma se dovesse prevalere l’interpretazione opposta, il precedente sarà pesante: pensiero critico e mobilitazione civile potrebbero d’ora in poi costare caro a chi studia o insegna.
Nel frattempo, la battaglia legale prosegue, mentre nelle università americane l’eco del processo è già forte: soggezione, paura di praticare opinioni scomode, rassegnazione. In un clima dove lo sguardo sorveglia e assegna la punizione, stare zitti diviene talvolta l’unico modo per restare
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