La Russia è quella potenza con cui il sistema Europa è in bellum perpetuum da tempo immemorabile. Storicamente ritenuta più asiatica che europea (“gratta un russo e troverai un tataro”, diceva Joseph de Maistre già a fine Settecento), indi trattata alla stregua di un intruso ritrovatosi per errore alle porte del Vecchio Continente, né più né meno periglioso della Sublime Porta, la Russia ha uno storico di relazioni lunatiche e conflittuali con le potenze europee lungo almeno tre secoli.

Se è vero che historia magistra vitae, cioè che la storia è maestra di vita, gli eventi che hanno avuto luogo tra il blocco-civiltà Occidente e il mondo russo dagli albori dell’Ottocento ad oggi sembrano corroborare l’esistenza di una maledizione della geografia per la quale non vi sono né panacee alchemiche né re taumaturghi: è la maledizione del contenimento infinito.

In principio fu Michał Sokolnicki in combutta con Napoleone nella diffusione de “La volontà di Pietro il grande” (Aperçu sur la Russie), falso storico utile a legittimare la campagna di Russia agli occhi dei popoli europei, poi seguirono la caccia alle streghe durante le presidenziali americane del 1828, la guerra di Crimea – un contenimento ante litteram –, il Grande Gioco per l’Asia centrale, il Lungo Telegramma di George Kennan – spaventevolmente rimembrante dell’hoax napoleonico – e un quarantennio di guerra fredda.

La quiete tra i due universi civilizzazionali è durata relativamente poco, perché nel 2014, causa Euromaidan, è riesplosa ufficialmente quella che giornalisti e politologi hanno ribattezzato la “nuova Guerra Fredda”. In realtà, come abbiamo spiegato a più riprese sulle nostre colonne, la Guerra Fredda non è mai terminata: era entrata in uno stadio di dormiveglia, proseguendo in maniera morbida (soft) e sotto mentite spoglie, come dimostrano l’allargamento di Unione europea e Alleanza atlantica tra ex patto di Varsavia e Balcani, la sequela di rivoluzioni colorate nello spazio postsovietico e l’appoggio dell’amministrazione Biden alla “rivoluzione della neve” tentata dall’allora semi-sconosciuto Aleksei Navalny nel 2011.

Oggi, rispetto alla seconda parte del Novecento, è mutata la forma, perché la paura rossa è stata sostituita dalla paura russa, ma la sostanza rimane identica ed inalterata: il contenimento infinito. E dopo il parziale rilassamento dell’era Trump – una pace di piombo costellata di periodiche escalation –, la tensione tra i blocchi è tornata ai livelli dell’immediato post-Euromaidan a partire dal 20 gennaio, ovvero da quando alla Casa Bianca si è insediata ufficialmente l’amministrazione Biden.

Captata e recepita la chiamata alle armi lanciata dal nuovo inquilino della Casa Bianca nella giornata del 17 marzo, tra gli stati membri dell’Ue ha avuto inizio una corsa frenetica per fornire prove di lealtà alla nuova amministrazione, principalmente consistenti nell’altolà allo Sputnik V, in guerre di spie e in rappresaglie diplomatiche, e geograficamente localizzate tra Baltici, area Visegrad e Balcani – con la curiosa, ma non sorprendente, partecipazione dell’Italia.

L’Est Europa, cuore della guerra fredda 2.0

È in quella parte di continente europeo estesa geometricamente dal mar Baltico al mar Nero, ribattezzata Intermarium da Józef Piłsudski e Nuova Europa da Donald Rumsfeld, che sta venendo scaricata gran parte della tensione accumulata durante la pace di piombo dell’era Trump. Qui, dove la (geo)politica è riuscita nell’obiettivo di dividere ciò che la cultura dovrebbe unire, le principali realtà statuali postsovietiche e postcomuniste stanno cavalcando con maestria il clima di rinnovato e aperto antagonismo tra Washington e Mosca, riaprendo dossier insoluti di sette anni or sono – come il caso Vrbetice –, guerreggiando diplomaticamente e snidando presunte reti spionistiche rispondenti al Cremlino.

L’obiettivo delle dirigenze di Baltici, V4 (Ungheria esclusa) e Balcani orientali è duplice: accreditarsi agli occhi degli Stati Uniti e mobilitare le proprie opinioni pubbliche, anche per ragioni di consenso e calcolo elettorale, facendo leva sul sempreverde spauracchio del pericolo proveniente dai figli di Rurik e san Vladimir.

I rischi di questa caccia alla streghe, localizzata nell’Europa orientale e bene accolta dalla Casa Bianca, sono tutt’altro che bassi: la recente entrata in scena della Romania mostra e dimostra come l’alea di un esiziale effetto domino nel resto del continente sia lungi dall’essere irrealistica. Il governo Cîțu, invero, il 26 aprile ha etichettato come persona non grata un diplomatico russo di stanza a Bucarest, Alexei Grichayev, adducendo come motivi la volontà di esprimere solidarietà alla Repubblica Ceca e delle presunte violazioni della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

Il vero epicentro di questa crisi diplomatica estesa da Tallinn a Sofia, e che sta attraversando Bucarest, Varsavia, Kiev e Bratislava, si trova a Praga, dove sta avendo luogo una piccola primavera tinta di atlantismo e basata su espulsioni di diplomatici russi, esclusioni di firme russe da appalti miliardari, operazioni di polizia a detrimento di presunti circoli spionistici e riapertura di vecchi cold case.

I numeri possono illustrare ed esplicare con efficacia ciò che alle parole riesce soltanto a metà: la guerra dei diplomatici tra il blocco euroamericano e la Russia ha condotto a 152 espulsioni nel periodo 15-30 aprile, ovvero una media di 10 espulsioni al giorno. La classifica è saldamente guidata dalla Repubblica Ceca, la quale troneggia senza rivali, forte dell’allontanamento coatto di 81 diplomatici russi, e seguono la Russia (47 espulsi da dieci ambasciate), gli Stati Uniti (10), Polonia e Slovacchia (3 a testa), Lituania e Ucraina (2 per ognuna), Bulgaria, Romania, Lettonia ed Estonia (una per ciascuna).

I cechi contro Zeman

A Praga, nel pomeriggio del 29 aprile, dalle 10mila alle 20mila persone si sono date appuntamento in Piazza Venceslao, teatro dello storico suicidio di Jan Palach, per dare vita ad una protesta tanto sui generis quanto indicativa del clima nevrastenico che aleggia in questa parte d’Europa. Il raduno, caratterizzato dall’elevata presenza di bandiere europee, è stato allestito allo scopo di ottenere le dimissioni dell’attuale presidente, Milos Zemon, che i dimostranti accusano di eccessiva russofilia.

Zeman, che non è nuovo a certe accuse – nonostante la Repubblica Ceca aderisca al regime sanzionatorio e non abbia mai tentato di boicottarlo –, è finito originariamente nell’occhio del ciclone a metà febbraio, perché interessato ad aprire un tavolo negoziale con il Fondo russo per gli investimenti diretti in relazione all’acquisto dello Sputnik V, ma la goccia che ha fatto traboccare il viso, inondando d’acqua le strade di Praga, è stata la posizione assunta nel merito del caso Vrbetice.

Il presidente ceco, oltre ad aver espresso dubbi circa la matrice russa delle due esplosioni, ha criticato apertamente la decisione dell’esecutivo di dare il via ad una battaglia diplomatica con il Cremlino, che in pochi giorni ha comportato il quasi azzeramento delle attività presso l’ambasciata russa a Praga, e invitato la popolazione a non cadere preda dell’isteria. Vani gli appelli alla calma e controproducenti le elucubrazioni, perché il malcontento serpeggiante tra opposizione e popolazione ha assunto la forma di un’avversione insopprimibile, che il 29 aprile ha incoraggiato migliaia di cechi a prendere il controllo di quella piazza da cui, suggestivamente, nel 1968 prese piede la primavera di Praga.

Il silenzio franco-tedesco

Gli Stati-guida dell’Ue stanno assistendo con fare circospetto all’evolvere della crisi diplomatica tra l’Est e Mosca. Il disinteresse ai limiti dell’apatia dell’asse franco-tedesco si spiega in termini di prudenza machiavellica: Berlino non può sposare la nuova primavera di Praga per via del Nord Stream 2, nonché per lo Sputnik V, mentre Parigi ha l’obbligo di mantenere una posizione defilata perché intromettersi nella guerra delle spie e dei diplomatici equivarrebbe ad autosabotare il concretamento dell’anelito macroniano di trasformare l’Eliseo nel ponte tra Casa Bianca e Cremlino. Non sono da escludere a priori, comunque, delle manifestazioni di lealtà, ricalcanti il modello Biot, più dirette a rabbonire Washington che a solidarizzare con Praga.

Le diplomazie francese e tedesca vorrebbero intervenire per stemperare la tensione, anche perché effettivamente in grado di esercitare del potere persuasivo sulla “Nuova Europa”, ma tale interferenza non è, al momento, né possibile né auspicabile. Perché questo ambiente, che il presidente ceco ha bollato come isterico – e le proteste di piazza Venceslao ne sono la prova corroborante –, non è nato per caso e non si fonda sull’aria: è funzionale, utile e necessario alla preparazione della bilaterale tra Vladimir Putin e Joe Biden, allo stesso modo della crisi nel Donbass e del nuovo ciclo di sanzioni da parte statunitense.

In estrema sintesi, crisi controllate, ritorsioni diplomatiche e punizioni economiche convergono verso uno scopo comune, ossia la creazione di potere negoziale, ed una meta condivisa, cioè la fine di questa fase transitoria della nuova guerra fredda. Fase che, come avevamo preludiato sulle nostre colonne, sarebbe stata connotata da “periodiche escalazioni calcolate e prove di fedeltà all’ideale atlantista da parte degli alleati europei”. 

Nel campo comunista di Goli Otok
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