Ad Amburgo, nel corso del G20, l’attesissimo faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin ha raggiunto un primo e non scontato risultato nella crisi siriana. Scatterà, infatti, nella giornata oggi, un cessate il fuoco riguardante la regione sud-occidentale della Siria, specificatamente nelle aree lungo il confine con Israele e Giordania.

Il primo elemento di novità è che il cessate il fuoco nelle intenzioni del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e del Segretario di Stato Rex Tillerson non ha limiti di tempo e potrebbe essere il primo passo per successivi accordi di de – escalation del conflitto in altre aree del paese. Inoltre, e questo potrebbe risultare un elemento di criticità, né le forze delle opposizioni anti Assad né l’Iran e gli Hezbollah fanno parte dell’accordo.

Per gli Stati Uniti e la Russia trovare una convergenza nel Sud della Siria è più agevole rispetto ad altri fronti anche in virtù della convergenza delle due superpotenze nel limitare l’influenza iraniana e delle milizie sciite che non sembrano avere reali possibilità di stabilire in quest’area il ponte strategico tra Iran e Siria. Ecco perché alla base di questo cessate il fuoco vi è la necessità, soprattutto da parte statunitense, di garantire la calma e la stabilità del fronte sud e di tutelare la Giordania ed Israele.

Quest’ultima è consapevole che dovrà fare i conti con i russi nel monitoraggio di quest’area, nel momento in cui l’Isis sarà sconfitto. In previsione di questo scenario, Israele ha stabilito delle alleanze con alcune milizie druse e alcune unità dell’esercito libero siriano per garantirsi delle condizioni di sicurezza sui propri confini. La loro presenza potrà tornare utile nel momento in cui l’Isis sarà del tutto sconfitto, andando a svolgere un ruolo determinante nel futuro assetto delle alture del Golan in chiave anti – iraniana.

Ad eccezione di questi gruppi impegnati nel fronte Sud e delle milizie curde sostenute dagli Stati Uniti, appare sempre più evidente, in questo scenario, come le milizie anti – Assad sembrino destinate all’irrilevanza sia militare sia diplomatica. Se si eccettua la corsa per la liberazione di Raqqa, dove già da settimane si sta assistendo ad un vero e proprio braccio di ferro tra Stati Uniti da una parte e Assad, Iran ed Hezbollah dall’altra, la Siria si sta avviando verso una suddivisione per zone d’influenza russa, iraniana e turca.

Se il cessate il fuoco deciso ad Amburgo otterrà risultati concreti, anche i negoziati di Ginevra potranno tornare ad avere una qualche efficacia sulla ricomposizione della crisi. Per questo motivo, il cessate il fuoco raggiunto al G20, può anche esser letto come una vittoria russa, di rilevanza strategica nel conflitto siriano. Non sfugge infatti che è la Russia e non gli Usa, ad avere maggiori responsabilità nel monitoraggio ed attuazione del cessate il fuoco, anche in virtù della sua presenza militare in Siria.

Non possiamo ancora avere la certezza che la strategia militare e diplomatica messa in campo da Vladimir Putin in Siria stia per mettere fine a quasi sette anni di conflitto ma di fatto anche gli Stati Uniti stanno riconoscendo un ruolo che Mosca, prima del 2015, non aveva e non esercitava in Medio Oriente.

La sostanziale differenza rispetto agli ultimi anni di amministrazione Obama è la tendenza ad un maggiore contenimento dell’Iran a fronte di una continuità, rappresentata da una limitata presenza militare in Siria. Ecco perché il G20, può, insieme ad i colloqui di Astana e l’impegno militare avviato nel 2015, rappresenta il riconoscimento del ruolo russo in Siria. Un ruolo e una presenza che ha obbligato e obbligherà sia le potenze regionali sia i non state actors alla riscrittura delle regole del gioco.