Dopo l’accordo trovato dalle commissioni del Congresso (sarà votata in questi giorni dalla Camera dei Rappresentati e dal Senato), la legge di autorizzazione per le spese militari (Ndda, National Defense Authorization Act) è quasi pronta per essere firmata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che renderà effettivi i cambiamenti apportati al bilancio per l’anno fiscale 2020. Per il Pentagono sono stati stanziati 738 miliardi di dollari (contro i 750 miliardi richiesti), tra i quali vi sono fondi destinati a rendere attiva la forza spaziale voluta da Trump, costituita tramite l’Ndda come “Space Corps” e inserita alle dipendenze del Dipartimento dell’Aeronautica. Non solo, perché la legge prossima all’approvazione contiene anche una nuova mossa anti-russa, tramite sanzioni contro alcune aziende russe che lavorano al progetto del gasdotto Nord Stream 2.

Nella stessa National Defense Authorization Act i membri delle commissioni Difesa del Congresso hanno riaffermato la centralità del potere legislativo sulla politica estera vietando espressamente al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO; in una decisione volta a porre l’accento sull’impegno di Washington nell’Alleanza Atlantica, soggetta di critiche da qualche tempo a causa del mancatoraggiungimento del 2% del Pil per le spese militari dalla quasi totalità dei Paesi membri. Sulla base dell’ultimo documento per la sicurezza nazionale (Nds, National Defense Strategy), tramite la legge di bilancio per la Difesa, sono stati stanziati ulteriori 2,3 miliardi di dollari per la gestione delle forze statunitensi impegnate in Corea del Sud e in Giappone, ai quali viene comunque chiesto di collaborare –in parte– allo scopo di aumentare le rispettive capacità militari per “garantirsi” la sicurezza da eventuali minacce.

In arrivo la Space Force

Probabilmente l’aspetto principale della legge di bilancio della difesa è però la costituzione ufficiale della Space Force, con il conseguente riconoscimento dello spazio come effettivo dominio militare. Al vertice della “forza spaziale” sarà posto un Chief of Space Operations (CSO) che diventerà membro integrante dello Stato maggiore congiunto (Joint Chiefs of Staff), mentre il personale attivo della nascente sarà reclutato nei ranghi dell’Aeronautica, comprendendo anche i civili per la gestione amministrativa dal Pentagono. L’istituzione ufficiale della Space Force sarà il primo degli passi previsti fino al 2024, quando secondo i piani del Dipartimento della Difesa si concluderà il periodo di transizione e la “nuova” forza armata sarà dotata a tutti gli effetti delle capacità operative, di supporto, di istruzione e di intelligence. Già dal prossimo anno, però, sarà creata la carica di assistente segretario dell’Aeronautica per le acquisizioni spaziali incaricato di individuare i potenziali investimenti da fare, oltre che di gestire e stabilire gli obiettivi e i programmi a breve, medio e lungo termine.

La decisione del Congresso di avallare la proposta del presidente Trump è motivata anche dal fatto che lo spazio sta diventato sempre più un terreno di sfida con la Russia e la Cina, considerate le principali minacce per la sicurezza degli Stati Uniti. Un tema questo affrontato recentemente dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Dave Goldfein, che nel corso di un evento al Reagan National Defense Forum ha evidenziato come la Cina stia mettendo in campo delle capacità spaziali di elevatissimo livello, anche grazie alla sua possibilità di spesa e di investimento nel campo delle nuove tecnologie. A preoccupare maggiormente sono le armi anti-satellite sia cinetiche che non, tramite le quali le forze di Pechino potrebbero oscurare le comunicazioni GPS rendendo “cieche” quelle statunitensi. I primi investimenti per la “Space Force”, probabilmente, saranno dedicati a incrementare le capacità difensive dei satelliti, per poi –in una seconda fase– passare agli aspetti offensivi veri e propri.

Le autorizzazioni di spesa per le forze armate

Nella legge di autorizzazione per le spese militari per il 2020 c’è, ovviamente, spazio anche per gli investimenti verso le forze armate “tradizionali”. L’Ndda ha confermato il budget richiesto per modernizzare e ampliare la flotta di elicotteri, stanziando i fondi necessari per l’acquisto di 73 Lockheed Martin-Sikorsy UH-60M Blackhawk, 48 Boeing AH-64 Apache, 9 Boeing MH-47G Chinook (nella versione da Combat Search and Rescue), 6 Sikorsky CH-53K King Stallion, 12 HH-60W Blackhawk (versione da Combat-SAR) e 6 droni MQ-1 Gray Eagles. A questi si aggiungono ulteriori 28 milioni di dollari per proseguire nello sviluppo del CH-47 Block II, in modo tale da assicurare all’Esercito di continuare a utilizzare il principale elicottero da trasporto pesante anche nei prossimi 20-30 anni.

Anche per la Marina, nella legge di bilancio per la difesa viene riaffermata la necessità di continuare a investire nelle portaerei così da proteggere gli interessi statunitensi in tutto il mondo, ma al tempo stesso viene imposto dal Congresso un controllo serrato dei costi di produzione delle CVN-80 Enterprise e CVN-81 (ancora senza nome), ovvero la terza e la quarta portaerei della classe Gerard R. Ford. L’obiettivo è ridurre i costi per aumentare gli investimenti volti a mantenere le attuali capacità della Marina statunitense. Per questo motivo per l’anno fiscale 2020 ci saranno i fondi necessari per ordinare 10 sottomarini da attacco classe Virginia, per 3 cacciatorpedinieri Classe Arleigh Burke, per una fregata lanciamissili e per 2 navi da sbarco anfibio classe San Antonio.

Per l’anno fiscale 2020 il Congresso ha aumentato di 12 unità il numero di Lockheed Martin F-35A Lightning II da ordinare per l’Aeronautica (nonostante le difficoltà per arrivare a un rateo di produzione ottimale), mentre ha confermato la richiesta di 10 F-35B e 20 F-35C per sopperire alle carenze del Corpo dei Marine e della Marina, che potrà contare sui fondi necessari per l’acquisto di ulteriori 24 Boeing F/A-18E/F Super Hornet. La tanto criticata nuova versione del Boeing F-15E Strike Eagle (F-15EX) vedrà la luce  in un numero molto ridotto; sono solo 8 gli aerei ordinabili dal Pentagono, considerati un punto di partenza anche per effettuare un’analisi costi-benefici del programma.

Un punto di incontro (o di scontro)

Il compromesso trovato tra deputati repubblicani e democratici sta in quel che riguarda gli armamenti nucleari, per i quali sono stati stanziati meno fondi rispetto a quanto era stato richiesto dal Pentagono. Inoltre, nel procedimento legislativo il Congresso ha deciso di vietare lo sviluppo e il dispiegamento di missili balistici a raggio intermedio, che avrebbero violato l’ormai defunto Trattato Inf, chiedendo al DoD di sviluppare un’alternativa valida insieme ai Paesi europei. Un modo questo per evitare potenziali problemi o incidenti con la Russia, preferendo piuttosto puntare sul potenziamento dei sistemi di difesa missilistica e sui trattati di non proliferazione ancora in vigore. Un “piccolo colpo” alle politiche di Trump viene dato anche dalla decisione del Congresso di controllare proprio ogni eventuale ritiro degli Stati Uniti dagli accordi START e dal trattato Open Skies.

Un compromesso però giudicato accettabile dallo stesso Presidente che si è detto pronto a siglare la legge di bilancio per la difesa per il 2020 appena possibile, specialmente perché nonostante i tagli apportati (tra cui anche ai fondi per il muro con il Messico) e la richiesta di un maggior controllo del Congresso su alcune tematiche, l’ultima versione della legge assicurerà alle forze armate statunitensi di continuare sulla strada della modernizzazione teconologica.

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