A partire dal suo insediamento, l’amministrazione Trump ha insistito per il superamento della tradizionale ambiguità dominante i rapporti tra gli Stati Uniti e il Pakistan, segnati da un’alleanza tattica a cui corrispondeva una profonda sfiducia reciproca. Partner cruciale dall’inizio dell’intervento in Afghanistan nel 2001 in avanti, il Pakistan è stato a più riprese guardato di traverso da Washington, che sospetta dei legami ambigui tra i suoi apparati spionistici e militari e l’insorgenza talebana, e a sua volta ha mal tollerato la prassi irrituale portata avanti dagli Usa in occasione di operazioni come l’uccisione di Osama bin Laden o i bombardamenti con droni sul confine afghano-pakistano.

L’amministrazione Trump ha deciso di puntare fortemente sull’India, rivale numero uno di Islamabad come principale partner regionale nell’Asia orientale, sulla scia di quanto proposto dal candidato repubblicano in campagna elettorale, e dall’inizio del 2018 ad oggi ha intensificato le pressioni sul Pakistan, Paese che oramai non può più essere definito come un alleato degli Stati Uniti.

Trump accelera la rottura tra Usa e Pakistan

Proprio un tweet di Trump nella giornata di Capodanno ha fatto capire agli osservatori internazionali che i giorni delle aperture del Presidente eletto all’ex premier pakistano Nawaz Sharif nel dicembre 2016 appartenevano oramai a un’epoca remota: accusando direttamente Islamabad di aver sottratto 33 miliardi di dollari ai contribuenti americani sotto forma di aiuti allo sviluppo e assistenza militare, Trump ha segnato l’inizio di un rollback repentino e intenso.

Come riportato da Li Hongmei su The Diplomatil 4 gennaio scorso il Dipartimento di Stato ha sospeso un pacchetto d’aiuti militari al Pakistan dal valore di 255 milioni di dollari e, in ottemperanza all’International Religious Freedom Act del 1998, lo ha inserito nella Special Watch List di Paesi che limitano la libertà religiosa. Quattro giorni dopo, un programma di assistenza da 800 milioni di dollari è stato sospeso dal Dipartimento della Difesa. Infine, a febbraio la Financial Action Task Force (FATF) ha ricevuto istruzione di inasprire i controlli sul Pakistan per monitorare presunti sostegni ai terroristi operanti in Afghanistan.

Quest’ultima presa di posizione potrebbe significare che Washington si prepara a giungere al punto di non ritorno: l’inserimento di Islamabad nella famigerata lista di “Stati sponsor del terrorismo”, che allo stato attuale delle cose raggruppa i più aspri rivali degli Usa, ovvero Iran, Corea del Nord, Siria e Sudan.

Così l’India ha sostituito il Pakistan a Washington

L’arretramento delle posizioni del Pakistan a Washington è stato, almeno in parte, determinato dalla crescente influenza dei gruppi di pressione filo-indiani nelle stanze del potere di Washington: lo United States India Political Action Comitee (USIPAC) supporta dall’esterno l’estremamente influente India Caucus del Congresso di Washington, e alla sua testa siedono attualmente la deputata democratica delle Hawaii Tulsi Gabbard e il repubblicano del North Carolina George Holding.

Considerato il più importante caucus di orientamento “statale” del Congresso dopo quello israeliano, l’India Caucus ha favorito Nuova Delhi come alleato di riferimento degli Stati Uniti e destinataria di importanti programmi di assistenza militare a capito di Islamabad, nonché come pivot strategico di contrasto alla Cina o a una Russia storicamente alleata dell’India, che negli ultimi mesi ha avuto con Mosca alcuni importanti dissapori.

Il Pakistan si stringe alla Cina

Isolato dagli Stati Uniti, il Pakistan non ha altra scelta che continuare sull’integrazione politico-economica con la Cina, cavalcando con maggior convinzione i progetti infrastrutturali del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC)da oltre 55 miliardi di dollari e puntando sulla “Nuova via della seta” per un’apertura geostrategica che lo sta trasformando in un osservato speciale per diversi operatori economici europei.

Dato che la cooperazione è oramai attiva anche in ambito militare, la principale preoccupazione rimane oggigiorno securitaria: senza un bilanciamento statunitense tra India e Pakistan, infatti, è possibile che le tensioni di confine nel Kashmir possano propagarsi con forza maggiore, in un futuro prossimo, rispetto agli ultimi anni. La Cina, in questo contesto, ha nel Pakistan un satellite e nell’India un partner economico fondamentale e un rivale strategico di prima grandezza: potrà sul lungo termine Pechino essere in grado di risultare un fattore di stabilizzazione nell’area che dovrebbe essere il cuore della Belt and Road Initiative?