Nell’era della Globalizzazione il commercio su scala planetaria ci ha concesso il lusso di fruire di merci di ogni tipo prodotte a latitudini molto distanti e a prezzi più che accessibili, ma spesso la posta in gioco è stata il deterioramento delle condizioni di lavoro. L’amministrazione Trump torna all’attacco del libero scambio a colpi di nuovi dazi, questa volta pronti a prendere di mira le importazioni da Paesi che non attuano una politica efficace contro lo sfruttamento dei lavoratori nel contesto delle filiere produttive e dei canali di importazione delle merci.
La decisione arriva dopo un’indagine condotta dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) riguardante circa 60 partner che, a detta del capo Jamieson Greer, non sono stati in grado di imporre o applicare un divieto delle importazioni di beni realizzati grazie al lavoro forzato. L’investigazione è stata svolta ai sensi del Trade Act del 1974, provvedimento che consente al Governo statunitense di combattere pratiche commerciali lesive degli interessi e delle tutele delle imprese e lavoratori americani.
Indubbiamente, le aziende manifatturiere a stelle e strisce hanno accolto la notizia con giubilo, ma i leader mondiali guardano con tormento e preoccupazione all’idea dell’introduzione di nuovi dazi sui loro prodotti esportati negli Usa, materia che è stata più volte oggetto di discordia con la Casa Bianca.
A chi più e a chi meno: come funzionano le nuove tariffe
Le ritorsioni daziarie annunciate dall’USTR riguardano principalmente le Americhe, l’Europa e specialmente l’Asia. Le indagini svolte avrebbero dimostrato che ben 54 nazioni – Argentina, Cina, Israele, Regno Unito e altre – non implementano presidi volti a limitare le importazioni di prodotti da luoghi dove il lavoro forzato è molto diffuso. Al contrario, sei economie non sarebbero state in grado di attuare efficacemente i divieti già in essere e si tratta di Canada, Ecuador, Indonesia, Messico, Pakistan e Unione Europea.
L’entità delle tariffe, vista la differenza di approccio tra le 54 nazioni e le sei economie, non sarebbe la medesima: al primo blocco sarebbero applicati dei dazi pari al 12%, mentre al secondo una percentuale del 10%. L’USTR ha altresì annunciato che le nuove misure non colpiranno tutte le categorie merceologiche in maniera indiscriminata, ma alcune come le terre rare, i prodotti agricoli, i farmaci e il tessile beneficeranno di specifiche esenzioni.
Come si può leggere nel comunicato diramato dall’USTR in data 2 giugno, la mancata adozione di un sistema di contrasto efficace contro il lavoro forzato fa sì che le aziende americane attuino una politica di abbattimento del costo del lavoro e di compressione dei salari al fine di non veder crollare la propria redditività. Così facendo, si alimenta un circolo vizioso in cui le imprese e i lavoratori statunitensi sono soggetti a una concorrenza sleale che impoverisce non solo il mercato del lavoro, ma di riflesso anche quello del consumo (stipendi più magri significa meno potere d’acquisto per le famiglie).
Le tariffe doganali non entreranno in vigore nell’immediato. Jamieson Greer ha fatto sapere che sono aperti all’ascolto di eventuali azioni correttive e di maggior contrasto al lavoro forzato fino all’inizio di luglio, prima che gli Usa sferrino la loro offensiva commerciale.
Tra stupore e preoccupazione: le reazioni dei leader stranieri
Le critiche dei partner commerciali non sono tardate ad arrivare. La Commissione europea, per il tramite di un suo portavoce, ha fatto sapere che le nuove misure sono prive di giustificazione e che Stati Uniti ed Unione Europea hanno già siglato un accordo nell’estate del 2025 che prevede l’assunzione di impegni commerciali reciproci. Bernd Lange, presidente della commissione Commercio del Parlamento europeo, ha ricordato l’entrata in vigore del Regolamento 3015 del 2024 che vieta l’immissione nel mercato comunitario di beni fabbricati in condizioni di sfruttamento, dando a intendere come l’Unione a 27 si stia muovendo nella direzione auspicata dagli Usa.
Parole di biasimo sono giunte da oltremanica, dove un portavoce del Governo di Sua Maestà ha dichiarato che il Regno Unito si sta già adoperando per estendere la maglia dei controlli contro il lavoro forzato sia nella produzione domestica che nelle catene di approvvigionamento. Come riportano determinate fonti, circa 20 miliardi di sterline in Gran Bretagna sono legate a beni prodotti in condizioni di lavoro forzato.
A sentirsi chiamati in causa più di ogni altro sono i cinesi. Il ministero degli Esteri di Pechino ha fortemente contestato le nuove misure daziarie e ha bollato come infondate le accuse di consentire che molti dei suoi lavoratori siano sfruttati. Secondo l’Onu e alcune Ong che si battono per la tutela dei diritti umani, la minoranza musulmana degli Uiguri nello Xinjiang sarebbe oggetto di programmi di coercizione lavorativa negli impianti di lavorazione del cotone.
Proprio le organizzazioni umanitarie sostengono che i dazi possono rappresentare uno strumento di pressione in parte efficace, ma è necessario che i Governi introducano degli strumenti più rigorosi a partire dalla responsabilità delle imprese. Certamente, l’amministrazione Trump non intende demordere in tema di tariffe dopo che a febbraio la Corte Suprema aveva dichiarato illegittime parte di esse, applicate pochi mesi dopo dall’inizio del suo secondo mandato. L’obiettivo principale rimane lo stesso, ovvero scardinare i meccanismi che hanno permesso il funzionamento della Globalizzazione, per dare slancio a un caposaldo dell’agenda “America First”: la reindustrializzazione
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