La pressione militare americana sull’Iran continua ma tra Washington e Teheran è pronta a tornare anche la diplomazia e la grande mediatrice è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, attore sempre più strategico nel Grande Medio Oriente e che venerdì ospiterà a Istanbul l’incontro tra Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Usa Donald Trump, e Abbas Araghchi, ministro degli Esteri della Repubblica Islamica.
La Turchia media, la diplomazia avanza
Una prospettiva sbloccata alla fine della scorsa settimana, quando Araghchi a Ankara ha incontrato Erdogan e l’omologo turco Hakan Fidan, da oltre un mese in prima linea per chiedere che la risposta alle proteste che sconvolgevano l’Iran non portassero a un attacco potenzialmente destabilizzante al Paese.
Axios segnala che Witkoff e Araghchi, che si sono scambiati messaggi per settimane, dovranno partire da una distanza difficile da colmare. Washington chiede all’Iran la fine di ogni ambizione nucleare, il ridimensionamento del programma missilistico, la fine del sostegno agli alleati regionali. Da tempo l’ex immobiliarista divenuto agente diplomatico promuove questa visione.
Araghchi ha sempre detto che l’Iran è pronto sia alla diplomazia che alla guerra e giungerà a Istanbul provando a coronare il percorso diplomatico interrotto dopo due mesi di negoziati tra aprile e giugno 2025 fatti saltare dall’assalto israeliano al programma nucleare di Teheran.
La strada della diplomazia tra Usa e Iran
Il rebus sarà di difficile soluzione. L’Iran vuole evitare una serie di concessioni pesanti che ne oblitererebbero la capacità di proiezione militare e strategica. Gli Usa si dicono pronti allo scontro ma non hanno obiettivi chiari di un possibile attacco all’Iran: depotenziare il regime? Decapitarne i vertici? Spingere alla sua sostituzione? Nulla di questo sembra fattibile col solo dispositivo aeronavale schierato tra Golfo Persico e Medio Oriente, che ad oggi garantisce la funzione di “diplomazia delle cannoniere”. Ma se da un lato l’Iran accetta di sedersi al tavolo per un nuovo round di negoziati e dall’altro gli Usa dopo la faccia feroce non cercano direttamente lo scontro è perché su entrambi i versanti c’è incertezza.
La ripresa delle trattative fa, per ora, emergere almeno quattro punti meritevoli d’interessamento. Primo: Axios nota che in Iran “il presidente Masoud Pezeshkian
ha ordinato la ripresa dei negoziati con l’amministrazione Trump”, segno che la componente di potere civile è uscita con maggior autorevolezza dalle proteste e ha potuto persuadere anche la Guida Suprema Ali Khamenei della ricerca di un negoziato.
Secondo punto: la trattativa Witkoff-Araghchi coronerà un viaggio di una settimana in cui l’inviato speciale sarà prima in Israele a dialogare col premier Benjamin Netanyahu e poi ad Abu Dhabi a parlare della trattativa russo-ucraina con gli emissari di Mosca e Kiev. Segno, questo, che la diplomazia della struttura della Casa Bianca è a tutto campo e che i dossier sono collegati, dato che per motivi opposti Israele e Russia guardano con attenzione allo scenario di Teheran.
Il peso crescente della Turchia
Inoltre, la trattativa inizierà un giorno dopo la fine del trattato New Start, l’ultimo accordo di garanzia sulla gestione delle armi atomiche tra Usa e Russia, che scade giovedì. Un negoziato in materia tra Usa e Iran può, anche simbolicamente, inaugurare una nuova era e non far declinare la stagione dei trattati.
Infine, la Turchia si posiziona dinamicamente come attore fondamentale e ago della bilancia regionale, ai cui umori gli Usa devono guardare. Lo si è visto in Siria, dove le mire di Ankara sulla caduta del Rojava curdo e il consolidamento di Ahmad al-Sharaa si sono concretizzate a fine gennaio, e lo si vede sull’Iran, dove dall’inizio delle proteste soprattutto Fidan avvertiva sul rischio-caos e sulla caduta del Paese in una spirale di violenza in caso di intervento esterno e blindava Teheran, storica rivale di Ankara, contro ogni destabilizzazione. Gli Usa hanno bisogno di Ankara oltre che di Israele in Medio Oriente e l’incontro Witkoff-Araghchi lo confermerà.
La trattativa sarà anche un pendolo tra l’influenza sugli Usa della Turchia, sempre più palese come seconda potenza della Nato e favorevole alla distensione Washington-Teheran, e quella di Israele, che sogna da tempo il secondo colpo all’Iran dopo la guerra di giugno. Il viaggio diplomatico di Witkoff aiuterà a fare la tara.

