J.D. Vance in campo come figura chiave nei presunti negoziati tra Usa e Iran? Donald Trump ha chiamato in causa il vice-presidente come figura chiave, assieme al Segretario di Stato Marco Rubio, nel dialogo che dice essere in corso con Teheran per porre fine alla Terza guerra del Golfo. E un report della Cnn mostra che la Repubblica Islamica non vorrebbe più parlare con Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati di Trump che per due volte hanno guidato i colloqui indiretti mediati dall’Oman col ministro degli Esteri Abbas Araghchi, conclusisi a giugno e febbraio con gli attacchi al Paese centroasiatico, e che invece sarebbe in particolare Vance l’interlocutore favorito. L’Iran nega, ma sembra che un confronto ci sia, su 15 punti e col Pakistan possibile sede di un negoziato.
Il vicepresidente, voce per eccellenza del movimento Maga in seno all’amministrazione, era in profondissima difficoltà al momento dell’inizio della guerra. Lo strapotere di Rubio sulla politica estera, la virata interventista e militarista dell’amministrazione, la netta presa di posizione contraria a Trump di figure del populismo conservatore come l’anchorman Tucker Carlson o l’ex direttore dell’antiterrorismo Joe Kent e il crollo di consensi per una presidenza impopolarissima hanno costruito un sistema assai fragile per l’uomo a lungo voce degli Hillibilly della periferia americana, il veterano dell’esercito che da senatore e candidato ha fatto del rifiuto delle “guerre infinite” un suo mantra.
L’insofferenza di Vance per le guerre all’Iran
L’attacco del 28 febbraio è stato un segno della marginalizzazione di Vance nell’amministrazione. L’Iran è stato la cartina tornasole della presa di distanza di Trump dal movimento populista del Partito Repubblicano che ne ha trainato l’ascesa. “Non vogliamo la guerra con l’Iran”, disse l’allora senatore dell’Ohio il 29 ottobre 2024, poco prima della vittoria elettorale sua e di Trump contro la candidata democratica Kamala Harris, sottolineando che “non sempre gli interessi di Usa e Israele si sovrappongono” in riferimento alla volontà guerresca del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Quando Tel Aviv attaccò Teheran nella guerra dei dodici giorni a giugno e Trump decise per i raid contro i siti nucleari iraniani (Operazione Midnight Hammer), il vicepresidente provò un esercizio di equilibrismo. Gli Usa, disse Vance, avevano dichiarato guerra al programma nucleare iraniano, non all’Iran, e in un certo senso allora non ebbe torto perché la guerra si chiuse.
Vance marginalizzato nel Trump 2.0
A fine febbraio Vance, rassegnato all’interventismo di Trump per colpire il regime ritenuto indebolito dalle proteste, pare abbia aperto all’idea di un raid rapido, deciso e risolutivo. A inizio marzo disse: “Trump non permetterà una guerra lunga”. Il naufragio strategico dell’operazione Epic Fury è andato di pari passo con un crescente silenzio di Vance mentre attorno a Trump imperversavano i falchi interventisti come Rubio e il senatore Lindsey Graham. Questo silenzio è stato spesso interpretato come un distacco che potrebbe fornire, però, un secondo momento al vicepresidente qualora Trump cercasse una via d’uscita. L’Iran non vuole tornare al tavolo con due negoziatori che ritiene asset israeliani, e in tal senso preferirebbe dialogare con canali ufficiali. E offre, paradossalmente, a Vance una via d’uscita dall’angolo in cui Trump e il suo nuovo cerchio magico l’hanno cacciato.
Teheran sta, sostanzialmente, operando una difesa contro l’attacco israelo-americano simile a quella condotta dai Vietcong durante la guerra del Vietnam: l’azione dell’Iran mira sia a condizionare la realtà militare sul campo sia a colpire nel centro dell’opinione pubblica americana. Teheran intende dare le carte circa i negoziatori con cui interloquire e, nei limiti del possibile, dettare le condizioni. In tal senso, legittimando Vance a scapito di Witkoff e Kushner Teheran parla anche a un’ampia fetta d’America. Quella stessa fetta di opinione pubblica, cioè, che sta mostrando in maniera rumorosa disaffezione per la guerra di Trump e Netanyahu, ormai derubricata negli obiettivi a conflitto per ottenere una riapertura dello Stretto di Hormuz chiuso proprio per i raid di Washington e Tel Aviv.
Una guerra che rischia di spaccare i Maga e la destra americana prima, l’economia mondiale e l’ordine internazionale poi. Non è un caso, a nostro avviso, che buona parte dei rumoreggiamenti avvengano via social, con X che sta diventando una piazza di sfogo potente per le opinioni anti-Trump.
Una sponda da Musk?
Peraltro, X è il mezzo di comunicazione preferito dagli alti papaveri del regime iraniano, che comunicano al mondo intero dal social di Elon Musk continuando a utilizzare anche i profili dei membri di punta del potere uccisi durante la guerra. I profili dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e del suo “Richelieu” Ali Larijani continuano a twittare giorno dopo giorno, alimentando una guerra informativa che contrasta la censura bellica israeliana e del Golfo e la propaganda trumpiana.
Musk è da quasi un anno fuori dal perimetro dell’amministrazione, ma il fatto che non abbia compiuto alcuna mossa per indirizzare nel senso del complesso militare-industriale-tecnologico che sostiene la guerra israelo-americana l’attivita del suo social è indicativa dell’esistenza di spazi di manovra per la contro-propaganda e la narrazione iraniana che possono trasformarsi in pressione diplomatica.
Vance ha l’occasione di usare il suo proiettile d’argento per recuperare non solo nelle gerarchie dell’amministrazione ma anche per la corsa alla Casa Bianca del 2028 rimediando ai disastri bellici del presidente e dei falchi interventisti. C’è la sensazione che una fetta del potere americano assecondi questa scelta, mentre l’Iran sul campo e nella comunicazione intende cavalcare un divide et impera a basso costo sfruttando la volontà di Trump di trarsi dall’impaccio di una guerra non vinta per massimizzare i guadagni. In una guerra sempre più confusa, a tracollare è l’interventismo fine a sé stesso. Proprio ciò contro cui Vance ha lottato costruendo la sua immagine di cantore dell’America dimenticata, che paga il prezzo umano e materiale dell’interventismo estero. E a cui oggi può, con la diplomazia, tornare a parlare.