Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf non chiude la porta a nuovi negoziati Usa-Iran dopo il round non conclusivo di Islamabad in cui ha scambiato una storia stretta di mano col vicepresidente J.D. Vance, il contatto più alto tra funzionari di Washington e Teheran dal 1979, senza che le questioni decisive per prevenire la riapertura della Terza guerra del Golfo siano però state smarcate.
Ghalibaf: “Iniziative costruttive” nei dialoghi Usa-Iran
Su X, sempre più piattaforma prescelta per la comunicazione globale del regime iraniano (con il buon ufficio di Elon Musk, spesso critico dell’idea della guerra a Teheran) l’ex candidato alla presidenza della Repubblica Islamica ha pubblicato una serie di commenti aperturisti in cui lascia intendere che questo round di colloqui in Pakistan potrebbe non essere l’ultimo.
Ghalibaf sottolinea che le trattative sono considerate dall’Iran come un passaggio decisivo per “consolidare i risultati dei quaranta giorni di difesa nazionale degli iraniani”, sottolineando la natura esistenziale della sfida del Paese e l’obiettivo decisivo della sopravvivenza che la Repubblica Islamica persegue.
Ghalibaf parla di “iniziative costruttive” presentate dai diplomatici iraniani, tra cui il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ma ha anche aggiunto che “a causa delle esperienze delle due guerre precedenti, non abbiamo fiducia nella controparte”. Il riferimento, neanche troppo velato, è alla presenza, a fianco di Vance, degli inviati personali del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ritenuti da Teheran non neutrali perché eccessivamente vicini a Israele. Vance guida il team negoziale, ma i due mediatori che hanno gestito i colloqui nel 2025 e nel 2026 prima della guerra dei dodici giorni e della Terza guerra del Golfo, sono ancora presenti.
La linea di Ghalibaf e dell’Iran
Ghalibaf è netto: Washington conosce ciò che l’Iran vuole, sostanzialmente la garanzia di non subire più attacchi in futuro e quelle ulteriori legate alla possibile tenuta del Paese in un ordine regionale stabile e aperto a un graduale superamento delle sanzioni. L’Iran ritiene di essersi conquistato, difendendosi dai colpi israelo-americani, il diritto di esistere nella sua attuale statualità. Vance, andando oltre la logica del dialogo indiretto mediato dal Pakistan e con il breve abboccamento con la delegazione iraniana, sostanzialmente ne legittima l’autorità come interlocutrice. Per Teheran non è abbastanza per un accordo. Ma è forse qualcosa per un futuro processo di dialogo. Dieci giorni mancano alla fine del cessate il fuoco mediato dal governo di Shehbaz Sharif. Per Ghalibaf non è chiusa la via diplomatica. E le sue parole tutto sembrano fuorché un ultimatum.
L’uomo che da Ministro degli Esteri iraniano negoziò gli accordi sul nucleare del 2015, il ministro degli Esteri di allora Javad Zarif, ha fatto notare che non è ancora troppo tardi” perché gli Stati Uniti imparino che “non possono dettare le condizioni all’Iran”, sottolineando come dietro le ruvide parole di Vance possa esserci spazio per un nuovo dialogo. Il consigliere della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, Ali Akbar Velayati, ha ricordato che l’Iran mantiene “le chiavi dello Stretto di Hormuz nelle sue mani”, come a ribadire la difficoltà per Teheran di negoziare nei panni del Paese vulnerabile o sconfitto. Sostanzialmente, per Teheran la priorità è che Washington non negozi con l’obiettivo sottaciuto di prepararsi assieme Israele a una nuova fase della guerra guadagnando tempo, come ritiene sia successo nella primavera 2025 e nel febbraio scorso.
La sfida dei negoziati e il rischio del sabotaggio israeliano
La logica degli iraniani è chiara: confrontarsi sul contenuto, trovare accordi potenzialmente duraturi, concretizzare strategie di lungo periodo. Ghalibaf evoca una serie di colloqui come quelli che portarono al Jcpoa del 2015. Il diplomatico francese Gerard Araud ha ricordato a riguardo:
L’accordo che abbiamo raggiunto con l’Iran nel 2015 è stato il risultato di centinaia di ore di negoziati con il supporto di esperti di energia nucleare. Negoziare con gli iraniani equivale a una guerra di trincea diplomatica. Riga per riga, parola per parola.
Un lavoro certosino e profondo è richiesto. Il tempo potrebbe non bastare. Ma gli intenti sono chiari. E la vera vulnerabilità per gli Usa non sembra legata all’assenza di volontà di Vance, quanto al ridotto contenuto tecnico delle proposte americane su de-nuclearizzazione e Hormuz e alla criticità dell’influenza israeliana. Benajmin Netanyahu ha dichiarato ieri, a negoziati ancora aperti, che “Israele, sotto la mia guida, continuerà a combattere il regime del terrore dell’Iran e le sue ramificazioni“. La spinta a un ridimensionamento delle prospettive diplomatiche e di un secondo tempo della guerra che consenta a Tel Aviv di cercare di realizzare i suoi obiettivi militari non è mal vista dal primo ministro israeliano, che dall’8 aprile ha, soprattutto in Libano, fatto di tutto per far traballare ogni possibilità d’intesa. Ghalibaf, con le sue parole, mantiene aperta una finestra diplomatica che ora bisognerà capire se Vance e Trump vorranno sfruttare. Sarà difficile e complesso. Ma la strada per la pace non è ancora franata.
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