Usa-Iran: grandi manovre in corso, tra trattative e pressione politica e militare da parte di Washington. L’inviato speciale del presidente Donald Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff, parla all’Israel-American Conference a Hollywood, Florida, mentre il senatore repubblicano Lindsey Graham ha annunciato che volerà nello Stato Ebraico per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono due facce della stessa medaglia e dell’approccio americano al problema di Teheran, dopo che Trump ha aperto una finestra diplomatica sospendendo l’ipotesi di un assalto militare alla Repubblica Islamica scossa da settimane di proteste.
Witkoff e i quattro punti per parlare con l’Iran
Witkoff apre l’abboccamento diplomatico. Graham, falco tra i falchi del Grand Old Party, va a incontrare il leader israeliano per capire la volontà effettiva di Tel Aviv per una futura operazione militare congiunta.
Lo scenario è articolato. Witkoff ha avuto confronti e scambi di opinioni con Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano e gran tessitore della diplomazia di Teheran. Allo Iac ha fissato le quattro condizioni su cui Washington è pronta a riaprire le trattative: gli Usa chiederanno all’Iran concessioni sull’arricchimento nucleare, sulla possibile decrescita dell’arsenale missilistico, sulla consegna dell’uranio arricchito dal 3,67% (limite fissato dagli accordi del 2015) al 60% e sul sostegno agli alleati regionali della Mezzaluna sciita.
Per Witkoff gli iraniani “dovranno scendere a compromessi”: “se vogliono tornare alla Società delle Nazioni, possiamo risolvere diplomaticamente quei quattro problemi, e questa sarebbe un’ottima soluzione. L’alternativa è pessima”, ha paventato, non citando direttamente l’opzione militare ma lasciando chiaramente intendere che di ciò si stava parlando. In parallelo, Graham, veterano repubblicano della Carolina del Sud in prima linea nel campo neoconservatore e interventista ha annunciato che prenderà, appunto, la rotta di Tel Aviv.
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Graham annuncia il viaggio in Israele
Le ultime giornate sono state caratterizzate da un rincorrersi di voci secondo cui non sarebbe stato solamente il sommarsi delle pressioni provenienti dal mondo arabo e dalla Turchia contro l’ipotesi dell’attacco americano in risposta alla repressione delle proteste a frenare Washington, di fronte all’idea di una guerra non risolutiva ma foriera di un pericoloso conflitto civile in Iran, ma avrebbe giocato un ruolo anche una certa ritrosia da parte di Tel Aviv.
A Israele conviene un Iran diviso e frammentato, ma Netanyahu e i suoi avrebbero temuto l’impreparazione del Paese a affrontare un conflitto con l’Iran, facendo probabilmente riferimento allo stato non ancora pienamente efficiente delle difese aeree consumate nei dodici giorni di conflitto di giugno.
Per Graham gli Usa devono “sfruttare le opportunità storiche create dalla leadership senza precedenti del presidente Trump, di opporsi al male e di sostenere le persone che si stanno sacrificando per la libertà”, e il senatore ha sottolineato che “l’alleanza Trump-Netanyahu è stata finora una delle partnership più forti nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Israele e spero che darà i suoi frutti nel prossimo futuro”. Secondo il politologo iraniano-americano Trita Parsi, però, questa narrativa cela gli obiettivi di fondo diversi della relazione israelo-americana sull’Iran, con Tel Aviv che non disdegnerebbe una Repubblica Islamica consumata dal fuoco della guerra civile e Washington che ha accarezzato la spallata del regime change non volendo poi azzardarla dopo il riflusso delle proteste.
Si capisce, dunque, una duplice strategia americana. Da un lato trattare, chiedendo all’Iran concessioni più dure sia di quelle che avrebbero contraddistinto il patto del 2015 sia di quanto emerso nei negoziati tra aprile e giugno 2025, dall’altro continuare a condizionare la traiettoria del regime iraniano con una pressione non necessariamente orientata a un attacco diretto ma comunque soffocante.
La massima pressione sull’Iran continua
Dall’inizio delle proteste, Trump ha introdotto dazi al 25% per i Paesi che faranno ancora affari con l’Iran e ieri il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha introdotto pesanti sanzioni finanziarie contro molti funzionari del regime ritenuti responsabili della repressione, tra cui il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Ali Larijani e diversi alti comandanti dei Pasdaran. Nel frattempo, la portaerei Uss Lincoln e il suo gruppo d’attacco sono in avvicinamento dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente.
La pressione sull’Iran, insomma, non diminuisce. Piuttosto ottiene diverse manifestazioni consentendo agli Usa di declinare tattica e strategia su tempi più lunghi. Witkoff offre la possibilità alla Repubblica Islamica di un confronto che, inevitabilmente, porterebbe come possibile esito un’accettazione del ridimensionamento regionale dell’Iran. Il dilemma è capire se il sistema di potere di Teheran sia pronto ad accettarlo e, soprattutto, se dopo mesi di dialogo nel 2025 conclusisi con l’assalto israeliano e americano ,il clima per un confronto strategico esista ancora. La guerra è più lontana ma non scongiurata. E figure come Graham si stanno impegnando per evitare che sia tolta definitivamente dal tavolo. Con l’implicito assenso di Bibi Netanyahu.
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