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Dopo molte incertezze e smentite, tutte le strade del dialogo Usa-Iran sul nucleare porteranno a Roma. Sarà proprio la Città Eterna a ospitare sabato il dialogo tra la delegazione di Washington e quella di Teheran sul nucleare, secondo uno schema che vedrà ancora l’Oman, ospite dei primi colloqui la settimana scorsa, nel ruolo di mediatore.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani riceverà, prima del dialogo in un albergo romano ancora da identificare, Badr bin Hamad Al Busaidi, ministro degli Esteri di Mascate, l’omologo iraniano Abbas Araghchi e Steve Witkoff, inviato presidenziale statunitense per il Medio Oriente. L’incontro col titolare della Farnesina suggellerà il ruolo italiano come “pontiere” della trattativa, e in prospettiva l’azione politica volta a trovare una via d’uscita allo scontro geopolitico tra Washington e Teheran potrà avere un ruolo propulsivo dal sostegno italiano.

Unendo i puntini, infatti, si può costruire un mosaico attorno al sempre più serio tentativo delle due potenze di trovare un abboccamento: Washington vuole incassare la rinuncia dell’Iran alla costruzione di una bomba nucleare, Teheran spera che gli Usa aprano alla rimozione di alcune delle soffocanti sanzioni internazionali che rischiano di affossare l’economia della Repubblica Islamica. E in questo mosaico il ruolo dell’Italia non è secondario, anzi. Ma andiamo con ordine. Sono almeno tre i fattori-chiave per il negoziato a Roma.

L’Italia è un partner affidabile per Usa e Iran

Il primo punto è legato al fatto che Roma può offrire un salto di qualità con una sponda solida alla mediazione omanita sulla scia della convenienza dell’Italia come partner di dialogo sia per gli Usa che per l’Iran.

Sul fronte americano, infatti, l’Italia rappresenta in questo momento un solido alleato in seno all’Unione Europea e, soprattutto, non è uno dei Paesi che si era seduto al tavolo per negoziare il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo mediato da Barack Obama e Hassan Rouhani nel 2015 col sostegno di Cina, Russia, Germania, Francia, Regno Unito e Ue.

Dato che Donald Trump sta sostanzialmente ripescando gli accordi di Obama, ma non intendere ammettere l’errore strategico della rottamazione del patto del 2015, fare sponda con l’Italia può presentare l’idea di portare all’incasso un accordo parallelo ma formalmente diverso dal precedente.

L’Iran, invece, può contare sulla continuità della diplomazia bilaterale con l’Italia. A Teheran si è apprezzato l’attento processo gestionale sul fronte diplomatico che Roma ha compiuto nel recente caso della giornalista italiana Cecilia Sala, fermata dai Pasdaran a fine dicembre 2024, guardandosi bene dal lanciare accuse dirette al governo di Masoud Pezeskhian, trovatosi al centro di una lotta di potere istituzionale e al parallelo caso dell’ingegnere Mohammed Abedini, arrestato a Malpensa su mandato Usa e poi rilasciato da Roma.

Sicurezza, intelligence e il nodo Vaticano

In secondo luogo, tra i Paesi occidentali l’Italia può vantare un privilegiato rapporto diretto con l’Iran anche in materia di confronto informativo e securitario. Teheran ha un’importante ambasciata a Roma, e i casi paralleli di Sala e Abedini hanno costruito di recente un canale diretto di dialogo sul piano della comunicazione d’intelligence, avente al centro il direttore dell’Aise italiana Gianni Caravelli.

Roma, peraltro, offre altissime garanzie di sicurezza per i diplomatici coinvolti. Il negoziato cadrà nella Città Eterna nel pieno delle celebrazioni pasquali, di Sabato Santo, peraltro nell’anno del Giubileo che vede Roma ampiamente sorvegliata e controllata. Non c’è da sottovalutare, poi, il fatto che un ruolo indiretto di sostegno politico e morale al negoziato potrà esser giocato dal Vaticano, che sulla distensione in Medio Oriente e a livello internazionale punta fortemente. Un segnale importante in tal senso sarà dato dal fatto che alla vigilia del summit Usa-Iran-Oman il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin incontrerà un devoto cattolico in visita a Roma per Pasqua che, pro tempore, ricopre anche l’incarico di vicepresidente degli Stati Uniti: J.D. Vance. La cui presenza a Roma dà un peso notevole alle trattative.

Il triangolo Meloni-Trump-Vance

Vance sarà a Roma per la Pasqua con la famiglia prima di recarsi in India e incontrerà la presidente del Consiglio Giorgia Meloni domani, dopo che l’inquilina di Palazzo Chigi sarà reduce dalla visita a Washington alla corte di Trump. Il triangolo Meloni-Trump-Vance può costruire un’importante opportunità diplomatica. Certo, la prima posta in gioco nel dialogo tra Italia e Usa in questo caso sono, soprattutto, i dazi americani e la guerra commerciale globale. Ma sarebbe ingenuo sottovalutare il peso della trattativa alla luce dello spostamento a Roma del negoziato mediato dall’Iran.

Non è chiaro se Vance avrà un contatto diretto con Witkoff o con la delegazione iraniana. Ma certamente la sua presenza a Roma ha valore. E non va sottovalutato il fatto che rispetto allo stesso Trump, colpevole agli occhi dell’Iran di aver strappato il Jcpoa nel 2018, o del segretario di Stato Marco Rubio, falco anti-Teheran, il vicepresidente americano, figura controversa e complessa, appaia agli occhi della Repubblica Islamica un partner più credibile.

A ottobre, poco prima delle elezioni presidenziali, Vance parlò chiaramente contro ogni ipotesi di guerra con l’Iran nei giorni in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu paventava attacchi diretti contro le centrali nucleari di Teheran. “Non vogliamo la guerra contro l’Iran”, disse chiaramente Vance al “The Tim Dillon Show”, aggiungendo che “a volte gli interessi di Usa e Israele divergono”. Il mosaico è a frattali ma si può saldare: il triangolo Meloni-Vance-Trump e l’attenta supervisione di Parolin, il ruolo diplomatico dell’Italia, la saggia decisione della Casa Bianca di riscoprire l’accordo di Obama del 2015 come base negoziale, la propensione di Teheran a trattare lasciano sperare in un dialogo costruttivo. Auspicarsi buone notizie è legittimo: la palla è in mano alla diplomazia, non alla forza. E questa è già una notizia.

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