Giornata a suo modo storica a Lucerna nel primo giorno del quarto round di negoziati tra Usa e Iran in meno di un anno e mezzo: per la prima volta dal 1979, delle delegazioni ufficiali dei due Paesi si sono trovate, nel quadro dei negoziati a quattro mediati da Qatar e Pakistan, avendo a capo figure apicali dei rispettivi Stati.
Il vicepresidente J.D. Vance guida il team negoziale Usa, Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e terzo in grado del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, quella iraniana. Si tratta del dialogo formale più apicale dalla nascita della Repubblica Islamica, si va oltre momenti informali come la stretta di mano tra i due capi-delegazione a Islamabad, quando fu firmato il cessate il fuoco per la Terza guerra del Golfo l’8 aprile scorso, o quella tra Barack Obama e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif del settembre 2015, a margine dell’assemblea Onu.
Questa volta la formula è stata del colloquio diretto e mediato, non del negoziato indiretto; dopo i due fallimentari tentativi di trovare un’intesa sul nucleare prima della guerra di giugno 2025 tra Iran e Israele e prima dell’attacco di Washington e Tel Aviv del 28 febbraio scorso e dopo il negoziato che ha trasformato il cessate il fuoco in armistizio, questo quarto round parte con l’obiettivo critico di trovare una quadra sulla sicurezza collettiva mediorientale, partendo dalla questione del nucleare iraniano e arrivando fino alla definizione del ruolo di Israele nel contesto regionale. Nonostante la tregua formale con Hezbollah, l’Israel Defense Force ha continuato a martellare il Libano, e questo per la delegazione guidata da Ghalibaf rischia di essere un pregiudizio al prosieguo dei colloqui.
Da Washington, Donald Trump ha preso, questa volta, le difese di Israele dicendo che “l’Iran deve immediatamente impedire ai suoi miliziani ben pagati in Libano di causare problemi”, criticando anche l’omologo Masoud Pezeshkian, che ha ribadito la volontà iraniana di non costruire un’arma nucleare ma non di recedere al diritto di arricchire l’uranio per fini civili, a cui peraltro Teheran ha diritto in quanto firmataria del Trattato di Non Proliferazione (Tnp). Il New York Times, citando fonti dell’amministrazione, nota che è stato proprio il Libano il centro del discorso.
La pace nel Paese dei Cedri è una precondizione per Teheran affinché proseguano i negoziati. Al resort Burgenstock, Vance ha affettato però ottimismo segnalando l’intenzione di “voltare pagina per trasformare il nostro rapporto con il popolo iraniano e tendere una mano” chiedendo che si possa collaborare “per promuovere la pace e la prosperità”. Questo è il grande momento del figlio dell’America profonda divenuto vicepresidente sulla scorta della critica alle guerre infinite. A lui e Ghalibaf il compito, con la mediazione del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e del primo ministro del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, di creare una via credibile per la pace oltre provocazioni reciproche e tensioni legate, soprattutto, al Libano. Sarà difficile e 60 giorni non sono molti per le trattative. Ma è troppo grande la posta in gioco regionale, e non solo, per non osservare curiosi cosa potrà emergere.