La diplomazia tra Usa e Iran per porre fine alla Terza guerra del Golfo scoppiata il 28 febbraio scorso è ripartita ai margini dell’Assemblea Generale dell’Onu. Il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato che Washington ha avuto “buone discussioni” con Teheran, rappresentata al Palazzo di Vetro di New York da Abbas Araghchi, ministro degli Esteri impegnato in un serrato round di incontri ufficiali, dalla capa della diplomazia Ue Kaja Kallas al ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, e che secondo quanto riportato da diverse fonti della Repubblica Islamica avrebbe avuto contatti anche col negoziatore Usa Steve Witkoff.
Un’informazione che anche fonti qualificate hanno riferito ad Al Arabyia e che avrebbe consolidato quanto emerso nella giornata di martedì circa lo sdoganamento di una diplomazia ad alto livello volta a porre le basi per la fine della conflittualità, per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per il ritorno all’ordine del Medio Oriente. Equazione complessa e a più variabili, a cui nei giorni precedenti l’Assemblea Generale dell’Onu e all’inizio della stessa avrebbero contribuito i tradizionali mediatori. Rinviati i colloqui tra Iran e Consiglio di Cooperazione del Golfo sul protocollo messo a punto da Teheran e dall’Oman su Hormuz e inizialmente previsti per lunedì 14, la diplomazia della regione non si è fermata. Amwaj Media riporta che il pontiere più attivo è stato il Qatar, con Oman e Pakistan in prima fila tra i mediatori anche nei mesi scorsi, e che “il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha agito da intermediario, recapitando messaggi tra le due delegazioni”.
Sarebbe così maturato un nuovo incontro tra Araghchi e Witkoff in una fase critica per lo sviluppo del confronto Usa-Iran. Nella giornata odierna, riporta Al Jazeera, sono stati interrotti i voli da Teheran verso Baghdad e Mascate dopo che sono entrate in vigore le più stringenti sanzioni decise dal Tesoro Usa di Scott Bessent contro le compagnie aeree di Teheran, ultimo capitolo dell’operazione Economic Outcast. Anche le compagnie turche, riporta Clash Report, hanno dovuto adeguarsi all’ampliamento della pressione economica Usa, che mostra come Washington abbia ancora delle frecce al proprio arco per mettere pressione su una Repubblica Islamica che ha scelto la via del confronto dopo il naufragio del memorandum di Islamabad di giugno in un conflitto che alterna fiamamte e fasi di sostanziale tregua mantenendo una problematica dinamica a metà strada tra la guerra e la pace.
Parimenti, però, anche Washington ha i suoi grattacapi. La sommatoria della crisi di Bab-el-Mandeb e la difficoltà nel valutare le opzioni per il sostegno all’Arabia Saudita impantanata in Yemen contro gli Houthi rischia di aggiungere una crisi strutturale a quella di Hormuz e, dunque, di rendere problematica la situazione strategica regionale ben oltre il Golfo. La guerra, logorante, fa sentire i suoi effetti per i cittadini americani sotto forma di rincari energetici e sarebbe costata, secondo i calcoli del Pentagono, circa 43,6 miliardi di dollari a Washington. L’Iran ha un’economia duramente colpita e ha subito danni strutturali alle infrastrutture, ma mantiene capacità di risposta a eventuali attacchi e può sfruttare la leva della capacità di regionalizzazione del conflitto per rendere potenzialmente preferibile la fine della guerra a una ripresa del conflitto su larga scala per tutti i partner di Washington ritrovatisi coinvolti nello scontro. “L’Iran intravede ampie opportunità per influenzare la forma di un ordine emergente e si considera parte integrante di esso”, ha scritto il politologo Vali Nasr per il Center for International and Strategic Studies, spiegando che Teheran “non vede il Medio Oriente organizzarsi contro il solo Iran, ma piuttosto come il riflesso della molteplicità di interessi economici e di sicurezza di diversi attori”.
In tal senso, dunque, la prospettiva di una ripresa dei colloqui serve alle due parti a capire il potere negoziale della controparte. Gli Usa intenderanno ampliare, parallelamente, diplomazia e pressione sanzionatoria per testare la tenuta della Repubblica Islamica? L’Iran ha ancora dalla sua l’idea di poter gestire il fattore-tempo logorando la convinzione americana di poter migliorare il Memorandum di Islamabad? E poi, un’eventuale trattativa prenderà le mosse dal memorandum stesso, con un protocollo teso a stabilizzare la regione e a cui Iran e Oman hanno fatto cenno nei negoziati su Hormuz, o sarà diverso? Come si sommeranno le crisi di Hormuz e dello Yemen, ove gli Houthi alleati dell’Iran fanno un gioco a sé ma minacciano un Paese strategico come l’Arabia Saudita? Quanto contribuirà agli sforzi diplomatici l’emergere del nuovo patto di sicurezza della Mecca come stabilizzatore regionale e quanto gli Usa coinvolgeranno le istanze dei partner?A Teheran, infine, la linea del regime è compatta sull’idea di porre fine alla fase di conflitto, anche a bassa intensità, o i nuovi equilibri politici favoriscono maggior ambiguità? Tutte queste domande sono fondamentali per capire se e come si svilupperà la buona volontà di dar seguito a questa occasione di confronto e se nascerà la via maestra per porre fine a un conflitto che ha già cambiato il Medio Oriente. E che dovrà vedere emergere da ambo le parti la consapevolezza dell’impossibilità di una soluzione militare definitiva.