Usa, il voto dei musulmani alle midterm: un possibile effetto Mamdani

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Nel cuore dell’America che tra un anno passerà dalle forche caudine delle midterm, serpeggia un’inquietudine nuova. Da Dearborn al Queens, da Houston ad Atlanta, il voto musulmano è diventato una variabile decisiva e imprevedibile. Non tanto per il peso numerico – poco più dell’1% della popolazione adulta – quanto per il suo significato politico. L’America che si specchia nelle sue urne musulmane non è più quella dell’11 settembre: è un Paese che comincia a fare i conti con la propria doppia coscienza, quella dei “noi” e dei “loro” che Mahmood Mamdani, padre del neoletto sindaco di New York, aveva descritto vent’anni fa come la malattia costitutiva dell’Occidente post-terrorismo.

Giovani, istruiti, urbani

Dopo due decenni di sospetto, discriminazione e sorveglianza, i musulmani americani sono passati dall’essere oggetto di politiche pubbliche all’essere soggetti politici. Giovani, istruiti, urbani, spesso di seconda generazione, si muovono ormai dentro la democrazia americana non come ospiti ma come interpreti. La loro partecipazione elettorale è cresciuta costantemente: nel 2016 solo sei musulmani su dieci risultavano registrati al voto, oggi quasi otto su dieci. Alle presidenziali del 2020, secondo il progetto Million Muslim Votes di EngageUSA, il 71% degli elettori musulmani registrati si recò alle urne. È un dato storico, confermato da un afflusso analogo anche alle midterm del 2022.

Eppure la fedeltà politica vacilla. Il Pew Research Center rileva nel 2025 che il 53% dei musulmani adulti si identifica o tende verso il Partito Democratico, ma il 42% dichiara simpatia o vicinanza al Partito Repubblicano: un equilibrio impensabile dieci anni fa. Nelle elezioni del 2024, un sondaggio del Council on American-Islamic Relations ha mostrato che più della metà degli elettori musulmani ha scelto Jill Stein, candidata dei Verdi; il 21% ha votato Donald Trump e il 20% Kamala Harris. È un terremoto politico: la comunità che un tempo era data per scontata dai Democratici si è divisa tra dissenso, protesta e ricerca di nuove coerenze.

Una delusione morale?

Dietro quei numeri non c’è una conversione ideologica, ma una delusione morale. L’appoggio al Partito Democratico si è incrinato con la guerra di Gaza, con la percezione di una doppia morale che predica diritti universali ma li applica a geometria variabile. Un’indagine dell’Institute for Social Policy and Understanding condotta nel 2024 nei tre Stati chiave – Michigan, Pennsylvania e Georgia – mostra che la maggior parte degli elettori musulmani considera la posizione di un candidato sul cessate-il-fuoco a Gaza un fattore decisivo per il voto. Nelle moschee del Midwest e nei campus del Nord-Est si parla di “coerenza”, non di identità: il voto musulmano, oggi, è meno religioso e più etico. Le nuove generazioni non vogliono essere la minoranza da proteggere, ma la cittadinanza da ascoltare.

Nel Michigan, dove Dearborn è la capitale simbolica dell’islam americano, questa metamorfosi si è fatta tangibile quando decine di migliaia di elettori hanno votato “uncommitted” alle primarie democratiche del 2024, rifiutando di legittimare la politica estera di Washington. È un gesto che non appartiene alla vecchia logica dell’appartenenza, ma a una nuova grammatica morale: non si vota contro, ma per un principio.

La geografia del voto musulmano

La geografia del voto musulmano non si limita però al Midwest. A New York, nel distretto di Astoria, un giovane di origini ugandesi e indiane ha trasformato quella grammatica in linguaggio politico. Zohran Mamdani è il nuovo sindaco della città che non dorme mai . La sua elezione nel 2020, in un’area a maggioranza non musulmana, ha mostrato che un candidato islamico può vincere non in quanto “minoranza” ma come voce universale di giustizia. La sua campagna ha intrecciato temi locali e globali – alloggi, diritti dei lavoratori, Palestina – in una visione coerente.

In Mamdani figlio, la teoria paterna sul superamento del binomio “noi/loro” si fa prassi politica. “Noi” non è più l’Occidente ma la cittadinanza plurale che abita le sue contraddizioni; “loro” non sono più i musulmani ma le strutture di potere che perpetuano disuguaglianza e ipocrisia. “Non c’è contraddizione tra essere musulmano e chiedere giustizia per tutti”, ha detto in un’intervista, “la fede non delimita il nostro orizzonte, lo espande. In questo senso Zohran Mamdani è il laboratorio politico dell’effetto Mamdani: la traduzione pratica di un pensiero che aveva annunciato la crisi della distinzione morale su cui si era costruito l’Occidente post-11 settembre.

Il suo successo non è isolato. Alle ultime midterm, Ruwa Romman in Georgia, Nabeela Syed e Abdelnasser Rashid in Illinois, Salman Bhojani e Suleman Lalani in Texas hanno conquistato seggi statali e municipali, segnando una diffusione inedita della rappresentanza musulmana. La loro forza non è l’identità confessionale, ma la capacità di legare la fede a un’etica pubblica condivisa.

Lo spauracchio del voto uncommitted

Questa trasformazione inquieta entrambi i partiti. I Democratici scoprono che l’appello ai “valori universali” non basta più se le scelte concrete li contraddicono; i Repubblicani intravedono uno spazio nuovo, ma la retorica anti-immigrazione e l’islamofobia strutturale ne limitano la credibilità. Così il voto musulmano si colloca in una zona grigia di indecisione, protesta e astensione strategica. Alle midterm del 2022, la partecipazione musulmana è stata alta ma diseguale: in Michigan l’affluenza ha superato il 70%, mentre in Pennsylvania e Georgia molti hanno scelto di non votare, non per apatia ma per disillusione. In un Paese dove la vittoria spesso si gioca su un margine di due o tre punti, quella disillusione pesa come una forza politica.

L’effetto più profondo non è però numerico, ma simbolico. Il voto musulmano costringe gli Stati Uniti a guardarsi allo specchio. Per la prima volta, la minoranza che era servita da misura della paura diventa misura della coscienza. La comunità che un tempo cercava accettazione chiede ora reciprocità: non di essere “integrata”, ma riconosciuta come parte dell’universale che l’America proclama. È qui che l’effetto Mamdani potrebbe manifestarsi: non come slogan, ma come metamorfosi della cittadinanza.

Il prossimo anno, quando gli Stati Uniti torneranno al voto per le midterm del 2026, il comportamento dell’elettorato musulmano sarà uno degli indicatori più sensibili della salute morale del Paese. Tutto lascia pensare che non assisteremo a un ritorno all’automatismo partitico. L’elettorato musulmano potrebbe scegliere tre strade diverse: l’astensione etica, il voto di protesta verso candidati indipendenti o progressisti, oppure – nei distretti dove i Democratici sapranno ascoltare – un ritorno critico ma consapevole.

Dove potrebbe verificarsi l’effetto Mamdani

Nel Michigan e in Pennsylvania, dove la mobilitazione “uncommitted” ha lasciato un segno, si prevede che la fedeltà democratica resti fragile: basterebbe un’assenza di segnali sul dossier Gaza per spingere migliaia di elettori verso il non voto. Nel Michigan, la densità di elettori musulmani e arabo-americani può trasformare Dearborn e Hamtramck in epicentri di una nuova cittadinanza etica: non enclave religiose, ma laboratori di pluralismo. Qui l’effetto Mamdani può concretizzarsi nella nascita di coalizioni locali tra musulmani, afroamericani, latini e giovani attivisti progressisti, capaci di ridefinire il voto non come appartenenza ma come giudizio morale sulle politiche nazionali.

In stati come Georgia e Texas, invece, il voto musulmano potrebbe diventare un fattore di equilibrio, soprattutto nei distretti urbani dove le coalizioni interetniche costruite dai giovani progressisti – sull’esempio di Mamdani – stanno prendendo forma. Qui, il possibile effetto Mamdani potrebbe manifestarsi come una sorpresa elettorale: un voto musulmano-latino-progressista capace di ribaltare i pronostici in distretti conservatori. Lì, dove le minoranze convivono in condizioni di marginalità ma anche di interdipendenza, la solidarietà può diventare la forma concreta di una nuova cittadinanza.

A New York, l’effetto è già in corso. L’esperienza di Mamdani dimostra che il linguaggio etico e universalista elaborato all’interno di una comunità può essere adottato da altre: il suo distretto, Astoria, è diventato un microcosmo in cui la fede non divide ma articola la cittadinanza. È lì, e in città come Chicago o Philadelphia, che potremmo vedere il superamento pratico del binomio “noi/loro”: il passaggio da una politica di identità a una politica di solidarietà trasversale.