Salgono a 9 i morti complessivi nelle sparatorie che hanno coinvolto l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e il Customs and Border Patrol (Cbp) degli Stati Uniti dall’inizio della seconda amministrazione di Donald Trump, in cui le due agenzie deputate alla supervisione delle frontiere e della verifica di presunte inadempienze degli stranieri residenti negli Usa hanno avuto mano libera per andare ben oltre il loro mandato. I recenti casi di Houston, Texas, dove è stato ucciso il cittadino messicano Lorenzo Salgado Araujo, e di Biddeford, Maine, dove l’Ice ha ucciso Joan Sebastian Guerrero, cittadino colombiano di 26 anni, hanno fatto il pari in termini di indignazione e diffusione delle critiche con i casi di Minneapolis, dove tra il 7 e il 24 gennaio l’Ice e la Cbp hanno ucciso i cittadini statunitensi Renée Good e Alex Pretti suscitando un clamore contro le dure politiche dei federali.
Lo scenario va ben oltre le tradizionali critiche all’operato violento di molte forze di polizia ma anche oltre le classiche dinamiche della violenza sociale negli Usa. I casi di sparatorie imputabili a Cbp e ICE molto spesso riguardano vittime che erano tutto fuorché soggetti pericolosi o in grado di rappresentare pericoli imminenti alla sicurezza dei federali. Anzi, nei casi è spesso emerso un pericoloso combinato disposto tra scarso addestramento, imperizia e brutalità che sembra ben inseribile nel clima di percepita impunità che filtra dalle alte sfere istituzionali.
L’abuso di potere
Si riaccende la polemica sulla mano dura imposta dall’amministrazione Trump su sicurezza e ordine interno e sull’uso che Ice e Cbp fanno di poteri che vanno ben oltre quelli ordinariamente deputati a delle forze che, sulla carta, dovrebbero solo segnalare e controllare determinate violazione di confine o delle pratiche migratorie e doganali, senza svolgere attività repressiva e di guarnigione nel territorio americano, compito a cui sembra averli invece deputati il governo repubblicano. Lo scenario parla di un ampliamento delle prerogative di Ice e Cbp, col primo che nel 2025 ha conosciuto anche 32 morti tra le persone custodite nei suoi centri, dato record dal 2004.
“Sociologi e politologi interpretano le azioni dell’Ice come espressione di una crisi di legittimità e di un regime di violenza strutturale“, ha scritto la Brookings Institution, aggiungendo che “nel loro insieme, le immagini odierne delle interazioni tra le forze dell’ordine e i cittadini statunitensi ricordano il periodo instabile del movimento per i diritti civili. Ma a quel tempo, a far rispettare la legge erano la Guardia Nazionale e le forze di polizia locali, non l’Ice”, non deputata del medesimo livello di addestramento e preparazione e, soprattutto, estremamente ideologizzata al pari della Border Patrol. Un dato di fatto, però, è che questo potrebbe rivolgersi contro l’amministrazione: l’Ice è estremamente criticata e impopolare, lo scenario parla di critiche crescenti per le manovre dei federali e, soprattutto, c’è la prospettiva che la polizia dell’immigrazione e della frontiera sia percepita più come un corpo “trumpista” che come uno puramente istituzionale. Lo avevamo scritto: l’Ice era sostanzialmente un “Frankenstein” di Trump, che al corpo ha dato denaro e visibilità e ora rischia di ritorvarsi con l’organizzaizone fuori controllo e minacciosa per le sue stesse fortune elettorali. Al di là del problema – terribile – dei morti per Trump c’è un dato politico: alle midterm manca sempre meno, e arrivarci con l’onda lunga della violenza dell’Ice rischia di essere penalizzante per The Donald