Trump come Obama nell’ultimo tassello dello scontro diplomatico in atto tra l’occidente la Federazione Russa di Vladimir Putin. Il presidente Donald Trump ha ordinato nelle scorse ore l’espulsione di 60 diplomatici Russia e la chiusura del consolato russo di Seattle. Poco più tardi, anche Germania, Francia, Lituania e Polonia hanno annunciato l’espulsione di quattro diplomatici russi ciascuno. Due le espulsioni decise dalla Danimarca, altrettante dall’Olanda, dall’Albania e dall’Italia. In totale, 14 i paesi che hanno coordinato l’azione contro Mosca. Motivo di questa decisione? Esprimere solidarietà nei confronti del Regno Unito e, di fatto, lanciare un segnale alla Russia, responsabile, secondo i leader dell’occidente, dell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia Yulia a Salisbury.
Da parte del presidente Trump si tratta di una presa di posizione molto dura nei confronti del Cremlino ma che ha dei precedenti. Barack Obama, alla fine del 2016, ordinò l’espulsione di 35 funzionari russi, impiegati in attività di intelligence, definiti “persone non gradite”. “Queste azioni arrivano dopo ripetuti ammonimenti, pubblici e privati, rivolti al governo russo e sono una risposta necessaria ed appropriata ai tentativi di danneggiare interessi degli Stati Uniti in violazione di norme di comportamento stabilite a livello internazionale”, dichiarò Obama, incolpando Mosca degli attacchi hacker durante le elezioni presidenziali del novembre 2016.
Quando Trump plause alla decisione di Putin
In quell’occasione, Putin non rispose con un provvedimento analogo e ricevette l’apprezzamento di Trump. “Grande mossa il rinvio (di V. Putin) – ho sempre saputo che era molto intelligente”, scrisse in un tweet il tycoon. Poco dopo Putin scrisse a The Donald per gli auguri di Natale, “esprimendo la speranza che dopo che Trump avrà assunto il suo incarico come presidente americano, i due paesi agendo in modo costruttivo e pragmatico siano in grado di compiere veri passi per ripristinare il meccanismo della cooperazione bilaterale in vari settori e portare l’interazione sulla scena internazionale ad un nuovo livello qualitativo”.
Segnali di una distensione che, nonostante gli auspici dei due presidenti, non si è mai compiuta, complice soprattutto l’inchiesta del Russiagate con Trump ostaggio delle intricate trame del Congresso e dello “Stato profondo” che una distensione con la Federazione Russa non la vuole; a maggiore ragione dopo che il Pentagono, lo scorsi dicembre, ha rilasciato la nuova strategia di difesa nazionale che delinea diversi obiettivi, tra i quali contrastare Cina e Russia, per l’appunto.
Quali evidenze?
Mentre si attendono le prove, concrete, dell’attacco hacker russo alle elezioni presidenziali del 2016, non si hanno evidenze incontestabili della responsabilità di Mosca nella vicenda dell’avvelenamento dell’ex spia russa su suolo inglese. All’indomani del fatto, il premier britannico Theresa May ha affermato che la Russia “è molto probabilmente responsabile”. Quel “probabilmente” è diventato, tuttavia, una certezza quando, pochi giorni fa, davanti al partito conservatore, la stessa May ha affermato che Mosca “era in flagrante violazione del diritto internazionale e della Convenzione sulle armi chimiche” e che il regno Unito” avrebbe preso provvedimenti in accordo con gli alleati”.
Ma i dubbi rimangono e le certezze vacillano. Craig Murray, ex ambasciatore nel regno Unito in Uzbekistan, ha rivelato come gli scienziati di Porton Down, il centro responsabile dell’agente chimico presumibilmente impiegato nell’attacco contro Skripal, non siano tuttora riesciti a trovare prove concrete della “colpevolezza” russa. Peraltro, la stessa Russia, lo scorso settembre, ha completato la distruzione degli ultimi armamenti chimici detenuti nei suoi arsenali, in anticipo rispetto agli accordi presi in base alla Convenzione sulle Armi Chimiche. Cosa che altri paesi, come gli Stati Uniti, non hanno ancora fatto.