Bandiere a mezz’asta negli edifici federali e in quelli degli Stati: Donald Trump decreta che gli Stati Uniti rendano onore a Papa Francesco, il primo pontefice originario del continente americano, scomparso oggi dopo dodici anni di guida della Chiesa cattolica. Vent’anni dopo l’analoga decisione di George W. Bush per onorare Giovanni Paolo II, torna il lutto americano per la morte di un Papa.
L’occasione dell’annuncio è stato quantomeno curioso: la tradizionale caccia alle uova nel Rose Garden della Casa Bianca. Resterà per sempre l’immagine di Trump che proclama un lutto nazionale con a fianco la First Lady Melania e un figurante vestito da coniglio che è solito vedere in quest’occasione. Ma non per questo la salienza dell’evento è ridotta, anzi: la scelta sottolinea l’urgenza del messaggio.
Del resto, l’ultima immagine che avremo di Papa Francesco sarà quella dell’incontro con il vice di Trump, J.D. Vance, cattolico devoto che nei giorni scorsi trovandosi a Roma per la Pasqua ha incontrato prima il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e poi, nel giorno della Resurrezione, il pontefice che sarebbe morto poche ore dopo. Nella lettura delle ultime ore di vita del Papa, in cui l’incontro con Vance ha seguito di poco un caloroso messaggio Urbi et Orbi leggibile come testamento morale e spirituale, anche l’immagine del pontefice ritratto fianco a fianco con l’ex senatore repubblicano, cantore di quell’America profonda e periferica di cui poi è stato rappresentante istituzionale, assume una valenza significativa. E la decisione di Trump la avvalora.
La Chiesa cattolica deve dialogare con l’Impero, qualunque esso sia: è una legge antica che vige da quando i discepoli di Gesù e i primi successori di San Pietro convivevano con l’impero per antonomasia, quello di Roma. Da Costantino a Napoleone, da Carlo Magno agli Stati Uniti, la Chiesa si è sempre posta in dialogo con le grandi potenze, da autorità morale e spirituale: con gli States la relazione, lo abbiamo ricordato più volte, è stata complessa e inevitabile.
Ma Papa Francesco non poteva lasciare la carica ricoperta per dodici anni senza prima mandare un segno inequivocabile sul fatto che da parte dell’Oltretevere c’era chiusura verso una superpotenza in cui un abitante su quattro è cattolico, fedele di una Chiesa pressoché autocefala su molte direttrici morali e istituzionali o di un conservatorismo apertamente protestantizzato ma che non manca di riconoscere l’autorità della Santa Sede.
E la forma scelta per accomiatarsi come attento dialogante con quell’America che lo ha accolto, nel 2013, con Barack Obama presidente, con folle festanti e giubilanti, è stata quella del dialogo con il figlio di una delle tante periferie esistenziali care a Francesco, portavoce di un cattolicesimo guerriero spesso rimbottato dal Papa ma che oggi rappresenta per il Vaticano l’interlocutore-chiave su diversi temi: la tutela dei cristiani perseguitati, la pace nei teatri bellici più caldi, la stabilità internazionale.
Anche nei momenti di maggior contrasto politico, morale, ideale Papa Francesco ha sempre rispettato l’America, chiunque fossero i suoi leader. E gli Stati Uniti hanno sempre cercato Francesco e il Vaticano. Un dialogo inevitabile, profondo, complesso come ogni relazione ha preso piede al cambio delle amministrazione. Il Vaticano ha sempre saputo che nel mondo globale ed ecumenico l’America resta, nella sua percezione, “A Nation under God”, più della laicizzata Europa. Gli Usa, anche quando hanno aspirato a farsi modello della società globale, hanno sempre visto nella Chiesa cattolica un potere rimasto autonomo.
Trump e Francesco, a loro modo entrati in campo come “outsider”, hanno adattato le loro leadership a queste realtà. Si sono, a distanza, cercati. Molto spesso, scontrati: dai migranti al tema della pena di morte, l’elenco è lungo. Ma non hanno mai potuto ignorarsi. E in fin dei conti la Casa Bianca non potrà non riconoscere che se i suoi sforzi per chiudere molte problematiche globali, dall’Ucraina all’Iran, avranno successo un ruolo non secondario lo avrà giocato, nel silenzio e nel retrobottega, quel pastore argentino giunto “dalla fine del mondo” dodici anni fa e tornato oggi alla casa del Padre. Le ragioni di bandiere a mezz’asta come quelle che Trump ha chiesto, forse, sono in fin dei conti tutte qui.

