Nei poteri italiani ed internazionali qualcuno lavora per l’era Draghi? A guardare le dichiarazioni di numerosi leader in passato sembrerebbe non esserci dubbio: l’ex governatore Bce è l’uomo preferito da numerose élite internazionali di ogni orientamento politico e un candidato ideale per la guida per l’Italia. Con un dovuto distinguo: è il loro candidato. Si sa, molto spesso il consenso effettivo di una figura tra l’establishment nazionale od internazionale è inversamente proporzionale a quello effettivo a livello politico ed elettorale. E la bellezza della democrazia è proprio che a decidere è un necessario compromesso tra i giochi di potere dall’alto e gli esiti del processo decisionale a livello politico ed elettorale. In cui, fortunatamente, non è detto che siano sempre i primi a prevalere.

Non si può notare che mentre numerosi sono stati gli endorsement piovuti addosso a “Super Mario” da parte di esponenti apicali dei principali governi e istituzioni del pianeta, decisamente rari (o addirittura nulli) sono invece i segni del fatto che un’eventuale “discesa in campo” di Draghi mobiliterebbe forze sociali e politiche in suo sostegno. Nel 2013 Mario Monti, da premier uscente, con la sua coalizione centrista raccolse alle elezioni poco più del 10%. E oggigiorno l’ipotesi Draghi, se messa in forma partitica, faticherebbe a avvicinarsi anche solo a quella soglia. Qualora volesse scendere in campo, il re dei tecnocrati, potrebbe ascendere al potere solo sfruttando giochi di palazzo. E il peso dei suoi sostenitori internazionali.

“Vorrei avere Draghi al suo posto”. Con questa semplice frase Donald Trump nel giugno 2019 stigmatizzò il comportamento politico del governatore della Fed Jerome Powell, chiedendogli di prendere ad esempio l’allora governatore della Bce. “Un protagonista della storia d’Europa” ha definito Draghi la Civiltà Cattolicarivista edita dai gesuiti e considerata estremamente vicina a Papa Francesco, dopo la fine del suo mandato da governatore nell’ottobre successivo. Nella cerimonia di passaggio di consegna a Christine Lagarde Draghi è stato salutato, più che come un banchiere, come un imperatore al momento dell’abdicazione: Sergio Mattarella, Emmanuel Macron e Angela Merkel gli hanno tributato grandi onori nella sua cerimonia di congedo, e anche l’ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, falco dell’austerity, ha applaudito quello che ai tempi del varo del quantitative easing era considerato un suo rivale.

Questa carrellata di episodi risalenti al periodo pre-pandemico segnalano quanto e in che misura Draghi sia stimato come esponente della componente più apicale della classe dirigente internazionale nell’establishment europeo, nei Sacri Palazzi vaticani e oltre Atlantico. La sua carriera nella finanza istituzionale lo ha portato a divenire, di fatto, l’uomo più potente d’Europa negli ultimi anni e anche dopo la sua uscita dall’Eurotower il banchiere romano non ha mancato di far sentire la sua voce per proporre soluzioni per la crisi economica legata alla pandemia. E ora in queste settimane il suo nome è tornato d’attualità, come in occasione di ogni situazione di crisi istituzionale in Italia, quale prossimo potenziale candidato alla presidenza del Consiglio in caso di naufragio del governo Conte II attualmente in carica.

Il problema è che, come spesso succede, nessuno si sia chiesto quale sia il volere politico dei cittadini italiani. E se è vero che in Italia il premier non è “eletto dal popolo”, è anche vero che la Costituzione e la dottrina presidenziale raccomandano di non creare eccessive discrasie tra le volontà espresse dal corpo democratico e lo status quo nei palazzi parlamentari. 

Il consenso di Draghi sembra essere volutamente messo a confronto con l’appannamento della stella di un uomo che, da novizio dei palazzi del potere, è arrivato a tenere salda la barra del timone del governo per oltre due anni prima di iniziare a mostrare tutti i suoi limiti: Giuseppe Conte.

Conte, da pesce in barile qual è abituato a essere, cerca di sopravvivere ai marosi della crisi di fine anno. Ma a rischio sono sia la sua centralità che, sul medio periodo, la sua stessa permanenza a Palazzo Chigi.

“Per ora il Conte 2 tiene e sembra aver guadagnato almeno una tregua natalizia”, fa notare Italia Oggi. I duellanti più agguerriti, il premier e Matteo Renzi, hanno seppellito l’ascia di guerra in nome della necessità di approvare (con le ennesime forzature istituzionali) la legge di bilancio e di riorganizzare la strategia per l’anno nuovo, che avrà come perni la lotta per la delega di Conte ai servizi segreti e la gestione dell’architettura di coordinamento del Recovery Fund. Italia Viva ha lanciato la guerra di logoramento a Palazzo Chigi, facendo di fatto da ariete per le richieste di Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle di maggiore collegialità. L’idea di un Conte capace di sopravvivere politicamente (con un terzo governo o dopo un rimpasto) non è da escludere, ma il premier che uscirà da questa fase non sarà il protagonista accentratore dei mesi scorsi. E col semestre bianco del Quirinale dietro l’angolo, ogni manovra è possibile.

Nel frattempo, “Giuseppi” ha gradualmente visto sgretolarsi il consenso nei suoi confronti da parte delle cancellerie internazionali che ne hanno favorito l’ascesa. Guarda caso, proprio i tre ambienti che vedono anche in Draghi un punto di riferimento. Conte si è fatto strada in Europa con l’abile mediazione sulla manovra gialloverde del 2018 che stupì leader come la Merkel e Macron; fin dai primi giorni di governo ha voluto accattivarsi le simpatie della presidenza Trump come fonte di accreditamento oltre Atlantico; col Vaticano, infine, Conte ha trovato un terreno di dialogo dalla provenienza dalle schiere del cattolicesimo democratico e dagli ambienti romani di Villa Nazareth. Ma col tempo questo è stato sempre meno sufficiente: la Germania e l’Unione europea contestano a Conte i ritardi sul piano per il Recovery Fund; la Francia è stata piccata dai ritardi italiani nel via libera al “Mes bancario”; l’ascesa di Joe Biden alla Casa Bianca porta Conte ad essere un inquilino scomodo per la nuova amministrazione e da ultimo, anche con la Santa Sede i rapporti non sarebbero più quelli di un tempo.

“Spifferi autorevoli provenienti dalle sacre stanze”, nota Italia Oggi, “spiegano che ‘tra Palazzo Chigi e Vaticano i rapporti non sono più quelli di una volta’ ed anche oltre Tevere starebbe montando la preoccupazione per l’impoverimento generalizzato del Paese”, tendenza per la cui inversione anche la Chiesa starebbe iniziando a pensare che la soluzione migliore potrebbe essere un’ascesa di Draghi al governo. Tesi peraltro già fortemente perorata, secondo voci che si possono cogliere dagli esponenti delle istituzioni e del Parlamento, dalle cancellerie europee e che certamente non troverebbe scontenti gli Usa, date le forti credenziali atlantiche di Draghi.

Come detto nei giorni scorsi, in ogni caso, forze come il Pd e il M5S sono terrorizzati dall’ipotesi Draghi, che vedrebbero come un nuovo commissariamento politico. Ma il portato politico più importante dell’ipotesi Draghi non è tanto nell’effettiva realizzazione della possibilità di una sua chiamata a Palazzo Chigi in caso di evaporazione della maggioranza giallorossa, difficile senza uno schema che garantisca un ticket con la futura ascesa al Quirinale del banchiere romano, quanto della rilevanza del suo nome per metter pressione a Conte.

Chi ha puntato su Conte ora parla di Draghi, sapendo di potersi intendere con lui qualora fosse necessario, per ricordare al premier e agli ambienti che contano che “Giuseppi” non può contare sulle spalle larghe che lo hanno difeso nei mesi scorsi. Per il resto, lo ribadiamo, Draghi non è il generale De Gaulle da richiamare dalla sua personale Colombey, ma una figura che, sottotraccia, non ha mai cessato di lavorare per preservare la sua influenza e non ha mai né negato né voluto esasperare il suo ruolo di “riserva della Repubblica” in caso di crisi. L’estate scorsa papa Francesco, ad esempio, lo ha nominato alla Pontificia accademia delle scienze sociali, a certificare la credibilità di cui Draghi gode negli ambienti che più pesano. Una credibilità che, al contrario di Conte, è strutturale e non dettata dalle contingenze. E in politica questa differenza pesa, e non poco, nella definizione di scenari di lungo periodo.

Ma anche se dovessero realizzarsi le condizioni politiche per una discesa in campo di Draghi, in fin dei conti, non andrebbe sottovalutato un dato di estrema importanza: il sostanziale rigetto del corpo elettorale e politico italiano per la scelta “tecnica” a cui un esecutivo guidato da un banchiere sarebbe necessariamente associato. E non osiamo immaginare che sfiducia nelle istituzioni produrrebbe la possibile convergenza tra un’ascesa a Palazzo Chigi di Draghi e una sua possibile elezione al Quirinale nel 2022: la politica si troverebbe nuovamente costretta a chiamare un papa straniero (e su pressione dello straniero, ça va sans dire) a un anno da elezioni che ridisegneranno fortemente gli equilibri politici italiani. L’ipotesi Draghi può sembrare dunque altisonante e percorribile a chi è stufo dell’inconcludenza del governo Conte e sarebbe disposto a barattarlo con qualsiasi alternativa, ma fermandosi a riflettere non possiamo non sottovalutare i rischi che una consegna “chiavi in mano” del futuro della Repubblica a un banchiere produrrebbe per la già minata credibilità del Parlamento e delle istituzioni. Parleremmo di un suicidio istituzionale di cui è anche solo difficile pensare che lo stesso Draghi voglia effettivamente farsi artefice.

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