Era giunta notizia che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed il presidente iraniano Hassan Rouhani avessero concordato un nuovo piano per riprendere le trattative tra Usa ed Iran, un piano che però è andato in fumo ancora prima di iniziare. Il leader francese Emmanuel Macron ha fatto da tramite tra le due parti, ma Rouhani ha rifiutato la telefonata in programma con Trump dopo avere esplicitamente richiesto la promessa da parte degli Stati Uniti di eliminare le pesanti sanzioni come presupposto per proseguire le trattative.

Il programma abbozzato da Macron ruotava intorno a quattro punti, volti a restaurare un dialogo tra i due Paesi e a diminuire le forti tensioni attuali. Lo stesso Macron ha tentato di mediare tra i due leader durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite appoggiandosi al supporto di altri leader, tra cui il primo ministro britannico Boris Johnson.

Questo documento diplomatico prevedeva che l’Iran promettesse di “non impossessarsi mai di un’arma nucleare” e di “rispettare i propri doveri ed impegni”; stipulava inoltre che l’Iran “si astenesse dalle ostilità” e “cercasse pace e rispetto effettivi nella regione tramite negoziazioni”. In cambio di tutto ciò, il governo statunitense avrebbe promesso di abolire le sanzioni (già riscosse nel 2017) per permettere all’Iran di esportare liberamente il proprio petrolio. Il documento avrebbe permesso ad entrambe le parti di cantare vittoria: a Trump per avere tenuto sotto controllo il programma iraniano di missili balistici, e all’Iran per essersi liberato da tali sanzioni. E la Francia avrebbe pure riacquisito un certo prestigio nella geopolitica mondiale.

Il leader iraniano Ali Khamenei ha recentemente affermato che qualsiasi trattativa verrà bloccata finché gli Stati Uniti non firmeranno di nuovo il piano d’azione congiunto globale (in inglese Jcpoa) o “accordo sul nucleare iraniano”, come viene normalmente chiamato, che limita lo sviluppo iraniano in ambito nucleare. Già due anni fa, il presidente Rouhani aveva dichiarato che “nessuno si fiderà più dell’America”, ipotizzando un ritiro statunitense dal Jcpoa. Prima dell’assemblea generale delle Nazioni Unite di quest’anno, Rouhani aveva detto che per incontrare Trump sarebbe stato necessario ricostruire la “fiducia reciproca”, ma anche che “la fiducia è qualcosa che il signor Trump ha rimosso da questa equazione”.

Durante il suo discorso all’assemblea Generale, Trump ha rimproverato l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e nel Golfo, definendo il Paese come una nazione traboccante di “sete di sangue” e “atteggiamenti minacciosi”. La tensione tra l’Iran da un lato e Stati Uniti ed Occidente dall’altro ha subito un’impennata durante quest’ultimo anno in seguito a vari incidenti, tra cui l’attacco del 14 settembre agli stabilimenti petroliferi arabi, che Trump e diversi leader europei hanno imputato proprio all’Iran.

Macron sostiene, da parte sua, che l’accordo sia saltato in parte a causa delle differenze tra la leadership del Presidente Trump e quella del Presidente Rouhani: mentre Trump si assume molte decisioni esecutive, spesso anche allontanandosi dalla linea della propria amministrazione, Rouhani è soltanto un tassello all’interno di una gerarchia complessa, ed in quanto tale deve sempre tenere in considerazione le opinioni altrui, anche quelle dei radicali iraniani che sono riluttanti a riprendere qualsivoglia trattativa con il governo statunitense.

Dopo aver preparato l’impianto audio in una stanza di sicurezza dell’hotel apposta per Rouhani, Macron è rimasto deluso quando ha saputo che quest’ultimo non si fosse mosso dalla propria camera, lasciando Trump al telefono in attesa.

Nonostante questo tentativo fallito, i francesi continuano però a spingere per una soluzione diplomatica

Questa situazione richiama alla memoria le trattative di pace della Corea del Nord, quando quest’ultima chiese la rimozione di tutte le sanzioni come parte dell’accordo. Trump ovviamente non concedette nulla ai nordcoreani, e pretese anzi che ogni richiesta americana venisse accolta prima di poter procedere, specialmente quella per cui la Corea del Nord avrebbe dovuto consegnare l’intero arsenale atomico e i combustibili esplosivi prima di ridurre le sanzioni. Le osservazioni dell’ex Consigliere di Sicurezza nazionale statunitense John Bolton, per cui Trump avrebbe seguito il “modello libico” se la Corea del Nord non avesse accolto tutte le sue richieste, intensificarono il clima di tensione in cui l’accordo infine fallì. Da parte sua, Bolton ora sostiene che l’unica opzione per fermare il programma nucleare del Regno Eremita sia ricorrere ad assalti militari, e che Trump sia stato fin troppo diplomatico.

La diplomazia è senza dubbio estremamente complicata, eppure a volte bisogna sapere concedere qualcosa ai cattivi pur di farli rimanere al tavolo delle trattative. La strategia diplomatica del presidente Trump di fare esclusivamente richieste non funziona, e la strategia di Bolton di “attaccare prima e fare domande dopo” è tremendamente sprovveduta. Inoltre, la decisione di Trump di abbandonare il Jcpoa ed intraprendere una politica estera fatta di dichiarazioni impulsive e minacce avventate non spiana affatto la strada per un accordo futuro. Mentre altri leader come Macron cercano di trovare delle risposte, è probabile che l’atteggiamento di Trump abbia già contribuito a peggiorare la situazione ancora prima di riaprire le trattative con l’Iran.

Traduzione a cura di Stefano Carrera