“L’America agli americani”: questa è la vulgata più popolare della celebre dottrina Monroe, che nel 1823 avrebbe bollato gli Stati Uniti come Paese isolazionista. Ma fu davvero così? Si e no. No, perché già dalla forma protostatale delle 13 colonie, gli Stati Uniti hanno sempre intrattenuto molteplici rapporti internazionali, più o meno proficui, più o meno burrascosi. Si, perché fino alla Prima guerra mondiale Washington non solo pretese una non ingerenza europea nel suo “cortile di casa” ma, soprattutto, cercò di non finire impastoiata nelle tumultuose vicende del Vecchio continente.

Dal dopoguerra alla lotta all’Isis

Dagli anni Trenta in poi gli Stati Uniti invertirono decisamente la rotta con giudizi internazionali alterni fra potenza liberatrice e hybris imperialista. Al netto di ciò, il secondo Dopoguerra ha rappresentato il momento di massimo interventismo americano all’estero che toccò il suo acme nella Guerra fredda: America latina, Asia, Africa e Medio Oriente furono i teatri dove i due blocchi si batterono per procura. Nel consueto pendolo fra falchi e colombe alla Casa bianca, dalla caduta del muro di Berlino in poi, la combo Usa+Nato è stata protagonista in tantissimi nuovi scenari ed in conflitti di nuova natura: si pensi ai Balcani o al Golfo. Ma è dopo l’11 settembre che la dottrina Monroe viene lasciata definitivamente in soffitta: l’Afghanistan fagocita intelligence e Difesa americana assieme alla lotta al cosiddetto asse del male. Poi, sul viale del tramonto delle vicende post Osama bin Laden comparve lo Stato islamico: ergo, più che Fine della storia alla Fukuyama il Terzo Millennio si è senza dubbio aperto alla stregua del Clash of Civilization di hungtintoniana memoria. E adesso?

Obama e la geopolitica del disimpegno

Nel maggio 2011 il presidente Barack Obama annunciava al mondo la cattura di Osama bin Laden. Sebbene sia ancora troppo presto per parlare di un'”eredità Obama”, il primo presidente afroamericano della storia ha lasciato dietro di sé una scia in politica estera verso la quale non si sa ancora se parlare di sciatteria o disimpegno programmato. Senza dubbio, però, l’amministrazione Obama ha segnato un punto di non ritorno nel quale gli Americano sono tornati ad occuparsi della propria frontiera interna: disuguaglianze, diritti civili, welfare e riforma sanitaria. L’estero, dopo anni di spese militari folli, è stato declassato: l’Europa è stata incentivata ad assumere un ruolo più forte ed autonomo, soprattutto in ambito Nato; il Medio Oriente ha iniziato a restare all’asciutto di una politica estera delineata, nella speranza di tirarsi fuori dal pantano afgano e di rendere Washington il più indipendente possibile dai rubinetti petroliferi arabi. Probabilmente Obama guardava già oltre e più ad est: l’accordo nucleare con l’Iran, nell’ottica di ridurre drasticamente lo spillover di risorse americane nell’area; ma Obama guardava soprattutto alla Cina, verso quel Leviatano dell’economia mondiale al quale lanciare sfide continue come l’isolamento economico.

Make America Great Again

Che presidenza è stata quella di Donald Trump è altrettanto presto per dirlo. Ma già quattro anni fa era chiaro che qualcosa sarebbe cambiamo e che, mutatis mutandis, la politica estera di Trump, in alcuni aspetti avrebbe continuato sulla strada parzialmente tracciata da Obama, pur con stili, ideali e forme decisamente differenti. Per quasi due secoli, sulla scia della Dottrina Monroe, gli Stati Uniti sono intervenuti in tutta l’America Latina per proteggere interessi economici e politici, anche attraverso interventi militari e il sostegno a dittature. Nel 2013, l’allora segretario di Stato John Kerry, parlando all’Organizzazione degli Stati americani, annunciò la fine della dottrina. Ma l’annuncio di Kerry è stato poco più che uno spostamento simbolico e non ha posto fine ai tentativi degli Stati Uniti di mantenere l’influenza in tutta la regione. Nel cortile di casa l’amministrazione Trump ha nuovamente abbracciato a fondo la dottrina e la crociata anti Maduro ne è la prova vivente, così come l’avvertimento a Cina e Russia a non immischiarsi nella gestione del rapporto con la “troika of tyranny”. Fuori dal continente americano le cose non stanno andando diversamente. Una Nato in stato di morte cerebrale, all’interno della quale il colosso atlantico cerca in ogni modo di rendere l’Europa maggiorenne, arrivando perfino a puntare su paesi complessi come l’Ucraina per non impegnarsi direttamente nell’Est Europa contro Vladimir Putin: l’ingresso di Kiev della Nato, volto a disimpegnare parzialmente gli americani dall’area, lascerebbe l’area in mano ad alleati minori ovvero Romania e Bulgaria. Contesto mediorientale, ulteriore disimpegno: dall’abbandono delle milizie curde “sedotte e abbandonate” dopo anni di lotta all’Isis, Trump in Siria e in Libia ha frantumato la Nato lasciando, più o meno consciamente, il posto all’asse Putin-Erdogan che, tra l’altro, già fa acqua da tutte le parti. Last but not least, l’uscita dal “Vietnam” afghano: tanti morti, risultati pochi e tregua con i Talebani.