Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE
Politica /

“A me pare che la nostra responsabilità in qualità di leader di Cina e Stati Uniti sia quella di assicurare che la competizione tra i nostri Paesi non precipiti in un conflitto, premeditato o accidentale che possa essere, e che rimanga soltanto una semplice e trasparente competizione”.

Queste le parole che il Presidente statunitense Joe Biden avrebbe rivolto alla controparte cinese Xi Jinping nel corso del loro summit virtuale lo scorso novembre. Benché ciò attesti la preoccupazione degli Stati Uniti — e di tutto il mondo — in merito alla traiettoria della relazione tra America e Cina, evitare un conflitto tra questi due Paesi richiederà comunque notevoli sforzi diplomatici.

La relazione tra le due superpotenze mondiali si trova ormai in una nuova e pericolosa fase. Questa evoluzione risale ai trend di governance intrapresi all’inizio del mandato di Xi come segretario generale del partito comunista cinese, e venne in seguito accelerato dall’amministrazione dell’ex presidente statunitense Donald J. Trump, la quale senza mezzi termini dipinse Pechino come un “grande e potente avversario”.

E se da un lato l’amministrazione Biden ha cercato di prendere le distanze dall’approccio di Trump alla politica estera, specialmente in termini di come gli Stati Uniti vedono i propri alleati e partner, dall’altro non ha però sostanzialmente riconsiderato di tornare ad una relazione normale con la Cina.

Durante l’incontro virtuale di novembre, Biden suggerì di adottare delle “linee guida di buonsenso” per la relazione tra Stati Uniti e Cina, riconoscendo il concreto rischio di conflitto tra i due Paesi. Alcuni giorni prima il Dipartimento di Difesa statunitense aveva publicato il proprio report congressuale sulle risorse militari cinesi, evidenziando come il dominio militare americano nella regione dell’Indo-Pacifico — di cui gli Stati Uniti avevano goduto per diversi anni — stia ora svanendo in fretta.

I possibili fattori decisivi per un conflitto tra Cina e Stati Uniti non sono ancora stati determinati, né a Washington né a Pechino. Tuttavia è chiaro come la percezione della minaccia sia elevata in entrambe le capitali. I leader cinesi temevano un attacco statunitense nel tardo 2020, secondo alcuni resoconti degli ultimi mesi dell’amministrazione Trump pubblicati recentemente.

Lo stesso Pentagono, in un recente report destinato al Congresso, ha osservato come “[la Cina] percepisse una significativa minaccia per cui gli Stati Uniti avrebbero cercato di provocare una crisi o un conflitto militare nel breve termine”. Infatti, tali timori spinsero il comandante degli Stati Maggiori Congiunti Gen. Mark Milley a mettersi in contatto con la propria controparte cinese. Nel frattempo, a Washington, il timore che Pechino possa presto dichiarare guerra per unificarsi forzatamente a Taiwan non mostra segni di cedimento.

Con nette sensazioni di minaccia e poche certezze di come si arriverebbe ad una guerra, sia Cina che Stati Uniti si stanno concentrando sulla deterrenza. A Washington non si parla d’altro che di “deterrenza integrata”; a Pechino, Xi continua ad articolare il bisogno di dare forma ad un esercito “di livello mondiale” per garantire “la sovranità e la sicurezza” — presumibilmente scoraggiando l’intervento statunitense in caso l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) dovesse partire alla conquista di Taiwan.

Nell’assenza di linee guida e di un prolungato lavoro diplomatico sulla reciproca diffidenza, la ricerca di deterrenza di ciascuna parte rischia invece di portare ad una spirale: anziché calmare le acque, le azioni di Stati Uniti e Cina potrebbero aumentare la percezione della minaccia dall’altro lato e comportare un ulteriore accumulo di risorse belliche.

L’appello di Biden a delle “linee guida di buonsenso” può aiutare a chiarire le intenzioni ed evitare le peggiori conseguenze di una spirale tra Stati Uniti e Cina, vale a dire una guerra su scala mondiale. Linee guida formali ed informali non cambieranno la natura competitiva dei rapporti tra Cina e Stati Uniti, che rimarrà tale probabilmente per diverso tempo, ma potrebbero attenuare i rischi più pericolosi nel breve periodo.

Alcuni di questi canali esistono già tra le due parti. Ad esempio, il PLA e l’esercito statunitense dispongono di un Crisis Communications Working Group e di un Military Maritime Consultative Agreement Working Group. Questi canali possono sì contribuire a dare forma a delle abitudini di cooperazione tra i due Paesi, eppure nell’ultimo periodo non hanno funzionato proprio perfettamente.

Tali meccanismi, infatti, non sono riusciti ad evitare alcuni incidenti importanti, tra cui uno scontro nel 2001 tra un aereo di sorveglianza statunitense ed un combattente cinese, e anche un incidente nel 2009 che vide un vascello cinese disturbare una nave mercantile americana. Ed in tempi più recenti gli incidenti via aria e via mare sono aumentati, specialmente nel conteso Mar Cinese Meridionale. Anche la pandemia ha poi ridotto le opportunità di contatto tra eserciti.

La guerra tra Stati Uniti e Cina non è già scritta e tantomeno inevitabile; ma per ridurre le fonti di insicurezza che potrebbero portare ad un conflitto servirà impegno politico da entrambi i lati. L’appello di Biden a delle linee guida, benché giudizioso, avrà dei risultati utili soltanto nel momento in cui sarà contraccambiato anche da Xi. E se è vero che da un lato Xi non ha del tutto liquidato il suggerimento, dall’altro il loro incontro non ha dato vita ad un momentum significativo che potesse portare a degli incontri ufficiali in merito a tali questioni.

Per esempio, il Gen. Xu Qiliang, vice presidente della Central Military Commission cinese, ed il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin dovrebbero riuscire a trovare un canale per discutere di questo tipo di linee guida. Senza prolungati incontri ufficiali, la possibilità di compiere errori di valutazione durante la prossima crisi potrebbe essere elevata.

La finestra di opportunità per istituire delle “linee guida di buonsenso” non rimarrà aperta in eterno. Ad esempio, un cambiamento nella politica interna degli Stati Uniti nel 2025, con il potenziale ritorno di una seconda amministrazione Trump — o di un altro repubblicano simile dalla mentalità “prima l’America” — potrebbe incrementare le probabilità di un conflitto. Anche se potrebbe essere difficile costruire dei meccanismi per la gestione delle crisi che reggano sotto tali condizioni, creare delle nuove abitudini orientate alla comunicazione e alla trasparenza tra le due parti oggi potrebbe avere un valore aggiunto in occasione di crisi future.

Mentre Stati Uniti e Cina rimangono in disaccordo in merito ad una serie di questioni e continueranno ad esserlo, non possono fare in modo che questo disaccordo intralci però il raggiungimento di meccanismi che possano evitare una guerra di cui nessuna delle due parti è davvero alla ricerca. E questo sforzo deve iniziare già ora.

Ankit Panda è Stanton Senior Fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace di Washington, D.C.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi