La verità dietro la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite è molto meno romantica e ideologica di quanto affermato da Nikki Haley e Mike Pompeo. Il pregiudizio anti-israeliano, ribadito dall’ambasciatrice Usa al Palazzo di Vetro, è in realtà solo una parte della realtà.

Dietro quelle parole, dietro a quella “faziosità politica” di cui Washington ha accusato il Consiglio, si nasconde una motivazione prettamente economica. Nel concreto, una lista nera di circa 200 imprese israeliane e non, che l’Alto Commissario per i Diritti Umani ha creato nel 2017 inserendovi tutte le aziende colpevoli di operare illegittimamente nei Territori occupati.

Della black-list cominciò a parlarsi nell’estate del 2017. All’inizio i nomi si sussurrava soltanto. Poi sono venuti alla luce e le imprese interessate si rivelarono da subito molto importanti. Non soltanto nel panorama israeliano, ma anche a livello mondiale. Come riporta il quotidiano Haaretz, si parlava delle filiali israeliane di Motorola, della Israel Aerospace Industries, della società di cosmetici Dead Sea Ahava, della Banca israeliana Leumi o del fornitore di gas Paz.

Il Washington Post rivelò anche i nomi di Tripadvisor, Airbnb e Caterpillar. Altri media israeliani chiamarono in causa anche la Coca Cola. Mentre si intensificarono i nomi delle aziende israeliani interessate, come Bank Hapoalim, il colosso farmaceutico Teva, la Israel discount bank, Egged, Mekorot, Netafim o Elbit Systems.

Gli Stati Uniti e Israele iniziarono a fare pressioni sul Consiglio affinché evitasse la pubblicazione della lista. I danni economici sarebbero stati molto importanti per le aziende, e la Haley parlò di gravi conseguenze su tutta l’economia israeliana.

Molte imprese volevano citare in giudizio il Consiglio dei Diritti Umani e l’Alto Commissario per danni. Altre accusarono l’Alto Commissario Zeid Ràad Al Hussein di non essere imparziale, poiché non si erano fatte liste simili né per la Crimea né per il Sahara occidentale.

Per il governo israeliano, questo significava dare man forte a tutto quel movimento politico internazionale che sostiene l’etichettature dei prodotti proveniente dai Territori occupati, che per Benjamin Netanyahu rappresenta un grave problema politico nei rapporti con gli Stati occidentali e i mercati che essi rappresentano.

Le pressioni di Stati Uniti e Israele non ebbero comunque successo. Il Consiglio ha pubblicato la lista delle 206 imprese a febbraio di quest’anno. 

Lo scontro fra Usa e Onu

Non è una novità, in ogni caso, che gli Stati Uniti di Donald Trump e il governo israeliano a guida Benjamin Netanyahu siano fortemente avversi a quanto deciso in sede Onu. Il presidente Usa ha sempre accusato il Palazzo di Vetro e gli organismi internazionali di essere fondamentalmente ipocriti. Stesse accuse rivolte da Israele, che paga anche il fatto che i Paesi a maggioranza musulmana sono in netta maggioranza.

Per la Casa Bianca, il Palazzo di Vetro è utile nel momento in cui segue la linea dettata da Washington. Ma è chiaro che, nell’attuale contesto geopolitico dove tutto sembra intercambiabile, quella leadership auspicata dagli Stati Uniti rischia di essere minata definitivamente.

Oggi altri attori internazionali hanno assunto un peso molto rilevante. E gli Stati Uniti stanno scivolando verso un costante isolamento dovuto anche a questo modo di agire da parte della nuova amministrazione che, se anche spezza molto spesso le catene del politicamente corretto, di fatto lascia spazio agli altri. Washington non è più la capitale politica del mondo. E l’idea di isolarsi quando la comunità internazionale non la segue, non viene più vista come un rischio, ma quasi come una novità positiva.

Trump, in questo, deve stare molto attento: un tempo gli Stati Uniti che abbandonavano il consesso internazionale apparivano come una minaccia. Oggi, nella fase di transizione che sta vivendo il mondo, non è più così. L’Europa sta lentamente sganciandosi dalla linea politica Usa. Mentre Cina e Russia sono già in grado di gestire un proprio mondo, prettamente asiatico ma non solo.

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