Negli Usa, il rischio default è stato scongiurato, salvo sorprese. Con un accordo raggiunto nella notte fra mercoledì e giovedì 7 ottobre, i Repubblicani hanno consentito di alzare temporaneamente il tetto del debito pubblico, almeno fino a dicembre. I dettagli dell’accordo, così come il prossimo tetto del debito sono ancora ignoti, la reazione della Casa Bianca è stata molto fredda, ma in questo modo si consente, comunque, al governo federale di prendere in prestito tutto il necessario per pagare le spese in scadenza. In caso contrario, il 18 ottobre, non avrebbe avuto a disposizione le risorse, con conseguenze gravi nell’immediato e anche nel lungo periodo.

I Repubblicani hanno opposto una lunga resistenza prima di fare questa concessione alla controparte, anche se hanno dovuto subire pressioni molto forti, sia dal mondo politico che da quello economico. Il presidente Joe Biden, dopo aver incontrato i vertici delle grandi banche statunitensi ha rimproverato il partito di opposizione di irresponsabilità, delineando possibili scenari catastrofici (“Un meteorite sta per colpire l’economia degli Usa”). Su questo è stato pienamente sostenuto dagli amministratori delegati delle grandi banche Jp Morgan, Citigroup e Bank of America, che hanno partecipato all’incontro con il presidente. La segretaria al Tesoro Janet Yellen (già governatrice della Federal Reserve, la banca centrale statunitense) aveva avvertito da settimane il pericolo di fare default. La prima conseguenza sarebbe stata la sospensione delle pensioni e dei buoni per l’istruzione per decine di milioni di famiglie. Ma l’impatto peggiore e di lungo termine sarebbe stato il declassamento del rating degli Stati Uniti, dopo una loro possibile insolvenza. I Repubblicani sono stati accusati da Biden di confondere le acque anche nelle loro giustificazioni: si sono opposti all’innalzamento del tetto del debito, dichiaratamente, per protesta contro i nuovi piani di spesa pubblica dei Democratici, ma il default rischiato riguardava spese già concordate e votate dai Repubblicani stessi, quando erano loro il partito di maggioranza in Senato.

Il braccio di ferro al Congresso

Il capogruppo dei Repubblicani in Senato, Mitch McConnell, ha dunque ceduto, almeno temporaneamente, alle pressioni della maggioranza e della Casa Bianca. La decisione è stata affidata a un tweet: “Permetteremo ai democratici di usare normali procedure per approvare una estensione d’emergenza del tetto del debito ad un ammontare fisso in dollari per coprire il necessario fino a dicembre”. Dopo dicembre, si intende, riprenderà il braccio di ferro sul tetto del debito. In un tweet precedente, McConnell, aveva definito la crisi del debito come “auto-inflitta” dai Democratici. Se avessero scelto una procedura parlamentare di “riconciliazione” avrebbero infatti potuto approvare da soli, con un voto a maggioranza semplice, l’innalzamento del tetto, senza necessariamente farlo approvare anche dalla minoranza repubblicana.

Lo scontro, dunque, più che economico, è stato politico. I Democratici vogliono che il tetto del debito sia innalzato con un voto bipartisan. I Repubblicani, al contrario, vogliono sottolineare che la responsabilità, l’onore e anche l’onere di un maggior indebitamento (che non è scontato, ma molto facile, se i limiti verranno alzati di nuovo…) è unicamente del partito che attualmente ha la maggioranza al Congresso e controlla anche l’esecutivo. Da qui si può capire che la responsabilità per il “meteorite” che, secondo Biden, era in arrivo sull’economia Usa, vada alquanto ridimensionata. In caso di emergenza, infatti, i Democratici avrebbero potuto far passare una legge ad hoc a maggioranza semplice.

La storia del debito americano

È quantomeno curioso che, almeno dai tempi dell’amministrazione Obama, si parli di “responsabilità” quando i membri del Congresso autorizzano più debiti. Forse la teoria economica è cambiata così radicalmente rispetto al passato, che ci si è dimenticati a cosa servisse l’istituzione del “tetto” sul debito. Fino al 1917, il Congresso doveva autorizzare ogni emissione di buoni del tesoro, consapevole che uno Stato che chiede soldi in prestito ai propri cittadini o ad altri governi sta rischiando comunque di essere insolvente. Il 1917 fece eccezione, perché all’ordinaria amministrazione si aggiunse anche l’intervento nella Grande Guerra, dunque fu prevista una misura per stabilire un tetto per i crediti di guerra, nella seconda legge sui Liberty Bond.

Nel dopoguerra il tetto del debito fu misura temporanea e divenne una regola generale (quanto il governo federale può indebitarsi) nel 1939, alla conclusione del New Deal e alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, dunque in condizioni veramente straordinarie, per evitare che il debito pubblico esplodesse. Da lì in avanti, prima per motivi bellici, poi di spesa sociale, il tetto è stato continuamente innalzato, salvo pochissime eccezioni (1946, 1956, 1960, 1963). Dopo il 1963, il tetto del debito è stato sempre innalzato, quasi tutti gli anni fiscali.

I primi record sono stati battuti dal Partito Democratico ai tempi della prima amministrazione Obama. Ma anche i Repubblicani non scherzavano: avevano alzato il tetto del debito di 984 miliardi nel 2003 (anno della Guerra in Iraq) e di 850 miliardi l’anno successivo, quando erano maggioranza in Congresso. Ma, i Democratici hanno autorizzato un incremento di 1900 miliardi di dollari nel 2010 e ben 2100 nel 2012, pur non essendo in guerra, negli anni dei grandi piani di stimolo durante la Grande Recessione. Poi sono seguiti gli anni delle “sospensioni” del tetto, avvenute cinque volte, dal 2013 ad oggi, non viene fissato un limite e il governo federale ha temporaneamente mani più libere nel chiedere prestiti. Ad oggi il tetto ammonta a 28.500 miliardi di dollari, in un Paese in cui il debito pubblico ammonta a 28.900 miliardi di dollari, pari al 107,6% del Pil.

Anche qui è bene notare che non necessariamente il debito aumenta ogni volta che viene innalzato il tetto massimo di indebitamento. Ma di sicuro, alzare il tetto permette (e incoraggia) anche un maggior indebitamento del governo federale. Soprattutto negli anni di Obama, questo è aumentato dal 68% del Pil (nel 2008) al 105% nel 2016. Nel 2014 era stata superata, per la prima volta, la soglia, anche psicologica, del 100% sul Pil. Con Trump il debito pubblico è rimasto costante, fra il 104 e il 107%. Ora, quel che i Repubblicani vogliono sottolineare con la loro “irresponsabile” resistenza, è che il debito non è infinito. Prima o poi si paga. I Democratici, per l’immediato futuro, intendono introdurre un piano sociale da 3500 miliardi di dollari. Anche se affermano che non peserà sul debito, perché sarà finanziato con tasse sui “ricchi” o prendendo fondi da altri programmi federali, il prossimo piano rischia di farlo aumentare fino al 129% del Pil entro il 2031, con buona pace della politica “responsabile”.