Usa, un clima da guerra civile E Trump è sempre più nel mirino

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Una decina di giorni fa sul New York Times è apparso un editoriale anonimo nel quale un alto funzionario della Casa Bianca ha ammesso che all’interno dell’amministrazione ci sono persone che sabotano l’azione del presidente: “Il dilemma che (Trump) non coglie pienamente è che molti alti funzionari nella sua amministrazione stanno lavorando in modo diligente, dall’interno, per boicottare parti della sua agenda e le sue peggiori inclinazioni: lo so perché sono uno di loro”. Lo stesso funzionario precisa di far parte di una “resistenza”: “Noi vogliamo che l’amministrazione abbia successo – avverte – ma riteniamo che il nostro primo dovere sia verso il Paese e il presidente continua a comportarsi in un modo che mette a rischio la salute della nostra repubblica”.

Il presidente Usa non ha perso tempo e ha chiesto al quotidiano liberal di fare il nome dell’anonimo l’oppositore interno all’amministrazione “per ragioni di sicurezza nazionale”. È solo l’ultimo, clamoroso, episodio del clima tesissimo che vivono gli Stati Uniti. Secondo l’ex agente della Cia Philip Giraldi, “se qualcuno prima dubitava che il livello più alto delle agenzie di intelligence a Washington si fossero dedicati a spodestare il presidente Donald Trump, le ultime due settimane hanno dimostrato con precisione che questo piano è in fase di esecuzione”. 

Il disprezzo manifestato dai liberal e di una parte dell’apparato governativo per il presidente è testimoniato dal fatto che prima ancora che Trump s’insediasse il 21 gennaio 2017, in tutto il Paese furono organizzate manifestazioni di protesta contro il tycoon volte a demonizzarlo, con tanto di manifestanti pagati per partecipare. Per buona parte delle opposizioni, infatti, Trump è una sorta di corpo estraneo, un incidente di percorso. E questa per gli Stati Uniti è una vera anomalia. 

Un compromesso improbabile

Come sottolinea William S.Smith su the American Conservative, gli elettori di Trump e i liberal “non sono semplicemente in disaccordo; si considerano l’un l’altro fuorilegge nonché illegittimi e incostituzionali”. Queste battaglie all’interno degli Usa “sono così preoccupanti perché sono esistenziali, non semplicemente politiche. Non finirà bene, temo. La benevolenza e la moderazione non esistono. È probabile che una guerra civile si profili all’orizzonte. La scintilla potrebbe venire dall’indagine Mueller, che viene considerata da Trump e dai suoi sostenitori come un tentativo spudorato di un colpo di Stato da parte di una comunità di intelligence e di un’istituzione legale completamente corrotta. Data l’intemperanza di Trump e la cattiveria dei suoi avversari, il compromesso sembra improbabile”.

Tra i sostenitori del presidente e gli oppositori c’è un fossato invalicabile. I primi “credono che l’establishment abbia agito contro il proprio Paese. I sostenitori di Trump, d’altro canto, abbracciano sfacciatamente la storiografia americana tradizionale e cercano di elevarla. Il globalismo e il multiculturalismo, e di conseguenza il politicamente corretto, sono considerati semplicemente insidiosi e non patriottici, un tentativo di spazzar via la memoria collettiva della storia americana”.

Il caso Google

Un video interno di Google registrato all’indomani della vittoria di Trump alle elezioni presidenziali mostra qual era il clima all’interno dell’azienda. Si tratta della registrazione completa del primo meeting tenuto da Google a seguito delle elezioni presidenziali del 2016 (questi incontri settimanali sono conosciuti internamente dalla compagnia come “Tgif”, “Thank God It’s Friday”). Inviato a Breitbart News da una fonte anonima, mostra i co-fondatori Larry Page e Sergey Brin, i vicepresidenti Kent Walker ed Eileen Naughton, il direttore finanziario Ruth Porat e l’amministratore delegato Sundar Pichai.

Come si evince chiaramente dal filmato, i dirigenti del colosso del web denigrano gli elettori di Trump e progettano modi su come utilizzare le loro enormi risorse per contrastare la sua agenda governativa. Il co-fondatore Sergey Brin compara i supporter del presidente ai fascisti e agli estremisti. Brin sostiene che gli elettori del presidente sono stati motivati dalla “noia”, che ha portato al fascismo e al comunismo.

Episodi di intolleranza verso i trumpisti

Come vi avevamo raccontato in questo articolo, l’intolleranza liberal verso gli avversari sta prendendo il sopravvento. Caso esemplare quello della portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders, cacciata da un ristorante di Lexington, in Virginia, perché “colpevole” di lavorare per Donald Trump.

Prima era toccato al consigliere politico Stephen Miller, definito da un cliente “fascista” in un ristorante messicano della capitale: poi è stata la volta della segretaria alla Sicurezza nazionale statunitense Kirstjen Nielsen, costretta a fuggire da un locale a Washington per via di una dura contestazione. Episodi di vera e propria intolleranza che raccontano uno spaccato drammaticamente allarmante per gli Stati Uniti.