Dietro le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e all’interno della contesa tecnologica giocata da Washington e Pechino, troviamo una guerra sotterranea che potrebbe decidere le sorti della geopolitica globale. Si tratta di quella che è stata soprannominata “guerra del silicio”, un termine in realtà molto ampio che include, oltre al prezioso elemento chimico metalloide, anche le terre rare. Per capire l’importanza di questa contesa è importante sottolineare come tutto, o quasi, ruoti attorno alla produzione dei semiconduttori, ovvero quei materiali che consentono agli smartphone e ai computer di funzionare in modo corretto.

È da qui che si origina la citata guerra del silicio, da alcuni definita anche Chip war, guerra dei chip. Un braccio di ferro che mette in palio il podio nella produzione dei semiconduttori e quindi dei chip, necessari per far funzionare le tecnologie più avanzate. Da Snapdragon (Qualcomm) a Intel, da Exynos (Samsung) a Kirin (Huawei), passando per A12 (Bionic): questi sono soltanto i nomi dei big più noti dell’industria del silicio. Già nel 2018 l’Economist scriveva che l’industria dei microprocessori (cioè i cervelli dei computer e degli smartphone costituiti da uno o più circuiti integrati, chiamati anche microchip, ndr) era quella in cui “la leadership industriale americana e le ambizioni da superpotenza cinesi” si sarebbero scontrate “in modo più diretto”.

Mai previsione si è rivelata più azzeccata. Ma perché proprio il silicio? Semplice: stiamo parlando della materia prima che fa letteralmente funzionare i microprocessori. Dunque, chi riuscirà ad ottenere vantaggi consistenti nel campo del silicio e delle terre rare – è questo il binomio sul quale puntare per assicurarsi la benzina del futuro – potrà godere di infiniti benefici. Dai più banali a quelli che fanno muovere eserciti e attività di spionaggio, praticamente ogni device si affida ai semiconduttori.

Un vantaggio da conservare

Gli Stati Uniti, almeno per il momento, possono tirare un sospiro di sollievo. Come ha spiegato l’Agi, Washington ha ancora un vantaggio indiscusso in molte parti dell’industria globale dei semiconduttori, dal software e dalle apparecchiature necessarie per progettare e produrre chip, alla vendita di prodotti finiti per molti usi specialistici. I guai cominciano quando si tratta di realizzare i cosiddetti wafer, cioè le fette di silicio delle dimensioni di un piatto da portata.

È proprio questa la parte più complessa dell’intero processo di produzione. Come se non bastasse appena il 12% della produzione dei chip avviene in territorio americano. Questo significa che numerosi colossi Usa devono affidarsi al mercato, e quindi a clienti esterni. Dall’altra parte la Cina sta facendo passi da gigante per mettersi in pari. Secondo quanto riportato dalla Nikkei Asian Review, i principali produttori di chip cinesi starebbero accelerando nel tentativo di ridurre la dipendenza dai fornitori di apparecchiature statunitensi.

Il ruolo di Taiwan

Tra Stati Uniti e Cina spunta Taiwan, l’isola considerata da Pechino una “provincia ribelle” e da Washington una roccaforte da usare per contrastare l’avanzata del Dragone nel Mar Cinese Meridionale. Il Foglio ha sottolineato che oggi, nel 2020, la maggior parte dei semiconduttori sono prodotti da Taipei. Il ruolo giocato dal governo taiwanese è enorme, visto che le tre principali aziende locali (Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (Tsmc), la United Microelectronics Corp (Umc) e la Powerchip Technology Co) nel 2017 hanno prodotto il 70% della fabbricazione globale dei circuiti integrati.

In particolare, Tsmc è la più grande fonderia di semiconduttori al mondo. Nonostante la pandemia di Covid, l’azienda ha in programma un investimento dal valore di 12 miliardi di dollari per aprire una fonderia negli Stati Uniti nel 2021. Tutti i big della tecnologia fanno affari con Tsmc, compresi Apple e Huawei. Nel frattempo la fonderia taiwanese è sempre più vicina agli Stati Uniti. Quando la convergenza sarà pressoché totale non sarà alterato solo il mercato globale dei semiconduttori. Che cosa succederà, infatti, quando Tmsc interromperà la vendita dei suoi componenti a Huawei? Pechino non vuol certo restare con un pugno di mosche, ed è per questo che il Dragone punta a una sorta di autarchia tecnologica. Difficile prevederne il successo.