La geopolitica della corsa allo spazio
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L’allargamento della sfera di influenza cinese nel Sud-est asiatico, in quella regione che per gli Stati Uniti è parte del più ampio settore dell’Indo-Pacifico, è un tema che a Washington non ha mai smesso di essere al centro dell’attenzione. La guerra in Ucraina ha attirato inevitabilmente l’attenzione della stampa internazionale così come dell’amministrazione americana, impegnata a fronteggiare un sommovimento geopolitico fondamentale alle porte dell'”impero” americano. Tuttavia, già da tempo gli strateghi e molti analisti sottolineano che non è la Russia il vero problema strategico degli Stati Uniti, ma la Cina. È lì, nel Pacifico occidentale, che si giocherà (e si sta già giocando) la partita decisiva per gli assetti del mondo. E il gigante cinese ha da tempo avviato la costruzione di una fitta rete di interessi e partnership che ha avuto uno dei suoi principali esempi nel progetto della Nuova Via della Seta.

Il sistema di partnership non è però solo economica e infrastrutturale, ma anche militare. Ed è quella la parte più evidente, quella che fa capire quanto l’impero cinese stia realmente espandendo la sua influenza. La questione commerciale è estremamente rilevante certo, ma meno visibile. Rende meno l’immagine di una superpotenza in grado di scalfire gli interessi dall’altra rivale americana. Mentre la presenza di avamposti per le forze armate ribadisce quel senso di espansione che a Washington vogliono frenare a ogni costo.

Non è un caso quindi che proprio durante lo stallo della guerra in Ucraina, dove si gioca la sfida della Russia per mantenere lo status di potenza internazionale, dalle colonne del Washington Post venga segnalato ancora una volta l’evolversi del programma di basi navali cinesi nel mondo. In particolare in Cambogia, dove da tempo analisti e strateghi americani segnalano che Pechino sta costruendo una base militare per controllare i traffici del Sud-Est asiatico.

L’articolo del Washington Post non è certo il primo che avverte del pericolo di questa base per gli strateghi americani. Per diverso tempo, molti analisti si sono soffermati anche sul modo in cui i due Paesi stiano coprendo le attività nella base evitando di rendere esplicito il possesso delle forze cinesi di una parte di essa. Già ad agosto del 2021, uno studio del Csis affermava che, attraverso lo studio delle immagini satellitari, si poteva osservare la costruzione di alcuni edifici nella parte settentrionale dell’area militare e anche la realizzazione di alcune strade. Tutto faceva propendere che si stesse lavorando proprio per dare concretezza a quell’accordo tra Cina e Cambogia scoperto nel 2019 e su cui ancora non era stata fatta chiarezza.

Per spiegare l’interesse Usa per questa nuova base il Wp ha fatto ricorso alle ormai solite fonti anonime, questa volta indefiniti “funzionari occidentali”, quindi non propriamente statunitensi, che hanno detto di essere consapevoli dell’importanza dell’Indo-Pacifico per la Cina in quanto considerata dai leader di Pechino “legittima e storica sfera di influenza“. I leader cinesi, spiega la fonte, “vedono l’ascesa della Cina in quell’area come parte di una tendenza globale verso un mondo multipolare in cui le grandi potenze affermano con forza i loro interessi nella loro sfera di influenza percepita”. Un ampliamente del proprio raggio d’azione che conferma quindi il motivo dietro le continue mosse Usa per intessere una propria rete di alleanze che fermi proprio l’avanzata cinese e questa possibile proiezione oceanica: un’ipotesi temuta dagli strateghi americani, preoccupati dall’essere in una posizione di svantaggio in uno dei propri capisaldi geopolitici, e cioè la libertà di navigazione e la supremazia sui mari.

La prima base navale cinese fuori dal territorio della Repubblica Popolare, Gibuti, era già stato un campanello d’allarme. Ma con la Cambogia sarebbe diverso. La Cambogia, a differenza di Gibuti, non è un luogo prescelto da tante potenze per installare delle proprie basi. Quindi l’accordo tra i due Paesi avrebbe un valore ben diverso sia per la vicinanza del Paese al gigante asiatico sia per l’unicità della base rispetto ai traffici del Sud-est asiatico. Il funzionario occidentale sentito dal Washington Post conferma i timori del blocco legato a Washington e cioè che la regione sia troppo debole per evitare un inserimento cinese. La regione, spiega, “non vuole o non è in grado di sfidare gli interessi fondamentali della Cina” per una serie di vincoli e modalità di coercizione economica, militare e politica. L’avvertimento da Washington appare molto chiaro.

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