Usa, batosta per i neocon: il Congresso vota per porre fine alla guerra con l’Iran

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Con 215 voti contro 208, la Camera Usa ha approvato una risoluzione che obbliga il presidente Donald Trump a chiedere l’autorizzazione al Congresso per continuare le ostilità contro Teheran. Una sconfitta netta per i neoconservatori, ma anche un campanello d’allarme per la Casa Bianca poiché il voto è passato grazie al voto favorevole di quattro repubblicani dissidenti: Thomas Massie (Kentucky), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Warren Davidson (Ohio) e Tom Barrett (Michigan). L’oggetto del voto è una risoluzione ai sensi del War Powers Act del 1973, la legge che limita il potere del presidente di impegnare le forze armate in ostilità senza consenso legislativo.

Il testo, presentato dal deputato democratico Gregory Meeks, intima all’amministrazione di interrompere le operazioni militari contro l’Iran, a meno che il Congresso non dia esplicitamente la sua autorizzazione. Se il Senato approverà la stessa misura – e a marzo i senatori hanno già fatto un passo in quella direzione – Trump dovrà – politicamente – tenerne conto, anche se la risoluzione nella sua forma attuale non ha valore di legge vincolante.

D’altra parte, se il presidente Usa – come filtrato nelle ultime settimane – vuole davvero porre fine a questa disastrosa avventura bellica intrapresa nell’interesse esclusivo di Israele, allora ha l’escamotage perfetto per farlo. Se, invece, le liti – vere o presunte – con Benjamin Netanyahu riportate dal solito Barak Ravid (ex capitano dell’Idf) di Axios, facevano parte di un teatrino costruito ad arte, allora le ostilità riprenderanno. A questo punto senza l’ok del Congresso.

Guerra all’Iran, neocon ko

Benché non strettamente vincolante, come spiega anche il Guardian, politicamente si tratta di un voto rilevante: 215 voti favorevoli, 208 contrari. Tutti i democratici hanno votato compatti, ma a fare la differenza sono stati i già menzionati repubblicani “ribelli” guidati da Massie. Per la leadership repubblicana è una doccia gelata. Solo due settimane fa, i vertici della Camera avevano cancellato una votazione simile proprio perché sapevano di non avere i numeri per vincerla. Stavolta, il conto alla rovescia non si è fermato.

Non è la prima volta che il Congresso prova a mettere un freno a Trump sull’Iran. È la quarta votazione sul tema. Ma stavolta c’è una differenza sostanziale: il tempo è scaduto poiché il conflitto è iniziato più di 90 giorni fa. E il War Powers Act del 1973 stabilisce che, dopo 90 giorni di ostilità, il presidente deve cercare l’approvazione del Congresso per proseguire. La scadenza è stata ampiamente superata.

La dichiarazione dei democratici contro Trump

I democratici hanno attaccato Donald Trump e l’establishment repubblicano per le conseguenze economiche della disastrosa guerra contro Teheran. «I lavoratori stanno venendo schiacciati alla pompa di benzina, al supermercato e nella vita di tutti i giorni a causa della guerra di scelta del Presidente Trump con l’Iran. Gli americani non volevano questa guerra quando è iniziata, e ora una schiacciante maggioranza, sondaggio dopo sondaggio, dice di volerla far finire» affermano i dem in una nota.

«Siamo al giorno 95 della guerra in Iran, 35 giorni oltre il termine entro il quale il Presidente è tenuto per legge a rivolgersi al Congresso per ottenere l’autorizzazione. Questo voto è un controllo da tempo dovuto su un presidente fuori controllo e un chiaro messaggio da parte del Congresso: il popolo americano non vuole altre guerre infinite, militari in pericolo, prezzi della benzina in aumento o miliardi di dollari di denaro dei contribuenti sprecati».

«La Costituzione – aggiungono – attribuisce esplicitamente solo al Congresso l’autorità di portare la nazione in guerra. Il War Powers Act riconosce la necessità che il Presidente abbia la capacità di agire per affrontare minacce imminenti, preservando al contempo l’autorità del Congresso». E sui costi della guerra: «Finora la guerra in Iran è costata ai contribuenti almeno 29 miliardi di dollari, e una stima colloca il costo totale della guerra per le famiglie americane a 100 miliardi di dollari, tenendo conto anche dell’aumento dei prezzi».

«Incredibile! La Camera ha appena approvato una risoluzione del War Powers Act per porre fine alla guerra con l’Iran! Ora deve passare al Senato, ma non avrà bisogno della firma di Trump» commenta Trita Parsi, Executive Vice President del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

La scusa del “cessate il fuoco”

L’amministrazione Trump ha provato a difendersi con un argomento decisamente controverso e opinabile: la guerra non è più tale perché dal 9 aprile esiste un cessate il fuoco. Peccato che quel cessate il fuoco sia stato violato più volte da Stati Uniti, Israele e Iran. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato mercoledì che non ci sono «attacchi sostenuti». Ma lo Stretto di Hormuz resta chiuso, gli scambi di fuoco continuano (con una pericolosa escalation negli ultimi giorni) e le navi da guerra americane stazionano a poche miglia dalle coste iraniane.

L’impatto giuridico della risoluzione è limitato. Si tratta di una concurrent resolution, che non richiede la firma del presidente e non ha piena forza di legge. Anche se il Senato dovesse approvarla (e una versione simile ha già superato un voto procedurale lo scorso mese con l’aiuto di quattro senatori repubblicani ribelli), la Casa Bianca potrebbe semplicemente ignorarla, ritenendo il War Powers Act incostituzionale – come hanno fatto tutte le amministrazioni dalla sua entrata in vigore. Tuttavia, politicamente il voto conta eccome.

Per i neoconservatori americani alla Lindsey Graham e Mark Levin– quelli che da decenni spingono per un confronto militare diretto con Teheran – questo voto è una batosta. Dimostra che la loro agenda, pur sostenuta da una parte dell’apparato di sicurezza nazionale e da think tank influenti, non ha più la copertura politica in Congresso. 

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