La strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente si può comprendere molto bene partendo dall’utilizzo delle loro basi nei Paesi alleati. La presenza di un avamposto Usa in uno Stato indica sempre qualcosa di importante, ma è soprattutto il ritiro da una base a un’altra a essere un segnale inequivocabile di grandi mutamenti in atto.

Incirlik, la pietra dello scandalo

Secondo le fonti militari di Debka, agenzia legata ai servizi israeliani, attualmente il Pentagono è orientato su almeno due scelte che possono cambiare sensibilmente lo scacchiere militare della regione mediorientale. La prima scelta, già paventata alcune settimane fa, prevede il graduale ritiro dalla base turca di Incirlik.

La base Nato, utilizzata dall’aeronautica americana per la sua guerra in Siria nella fase di contrasto allo Stato islamico, è divenuta in questi mesi oggetto di discussioni fra Ankara e Washington. Il governo turco, infatti, non vorrebbe proseguire con questo accordo di cessione della base a causa dell’ambigua politica americana con i curdi. 

Gli Usa, d’altro canto, non hanno un forte interesse al mantenimento di questa base nel momento in cui hanno già un ampio numero di avamposti in Siria. La guerra della coalizione internazionale a guida americana ha di fatto mutato il quadro strategico per le forze americane. Adesso gli Stati Uniti possono fare affidamento su tutta una serie di postazioni nel territorio siriano e iracheno, oltre a quelle storiche in Giordania e Israele, per cui, in sostanza, della base turca possono farne a meno nel momento in cui rimane sotto l’ombrello Nato. E adesso, sembra che il Pentagono guardi alla base greca di Andravida come sostituta di Incirlik.

Rivoluzione ad Al-Udeid

Fortemente collegata alla questione di Incirlik, c’è un’altra grande manovra nel Golfo Persico che può davvero rappresentare una rivoluzione della strategia americana nella regione. Secondo le fonti militari israeliane, dall’incontro di Mohammed bin Salman con il vertici statunitensi, sarebbe scaturita l’idea di spostare le truppe americane da Al-Udeid, in Qatar, nella base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita. 

Lo spostamento delle forze armate statunitensi da Doha all’Arabia Saudita, in una base che si trova a 77 chilometri a sud di Riad, vicino ad Al Kharj, rappresenterebbe davvero un gesto rivoluzionario. Basti pensare che neanche un anno fa, a giugno del 2017, la base di Al-Udeid era ancora uno dei principali hub dell’aeronautica militare americana (e di quella britannica) nella regione del Golfo, con circa 11mila soldati della coalizione internazionale anti-Isis e un centinaio di aerei da guerra. 

Se venisse confermato questo trasferimento delle truppe Usa – e in questo senso il vertice con James Mattis indica una conferma del consolidamento dell’asse tra americani e sauditi – gli Stati Uniti darebbero un segnale inequivocabile al Medio Oriente: è nato definitivamente un blocco di Stati che si schiera apertamente contro l’Iran.

La fine di un’ambiguità

Gli Stati Uniti, qualora proseguissero in questi due progetti, confermerebbero la nova strategia regionale, rivolta esclusivamente a contrastare l’Iran. Ma è anche il segnale che da Washington ritengono sia finito il tempo dei rapporti ambigui. Per gli Usa non possono essere Paesi alleati che guardano con favore all’Iran o che svolgono una loro politica autonoma e tendenzialmente contraria ai desiderata della Casa Bianca. Gli Usa vogliono Paesi completamente allineati.

La Turchia e il Qatar sono due simboli di questa politica americana e la loro alleanza, confermata dalla base turca a Doha, è stata da sempre vista con sospetto. I due Stati sono uniti da profondi legami politici e culturali, soprattutto tramite la Fratellanza musulmana, e sono una spina nel fianco per le volontà egemoniche regionali della monarchia saudita. Inoltre, il loro rapporto ambiguo con l’Iran, rende difficile capire da che parte possano stare in caso di conflitto.

Con queste due scelte, gli Stati Uniti giocano d’anticipo. Le loro forze staranno con chi considerano realmente un alleato. L’amministrazione di Donald Trump ha scelto di cambiare approccio sulla regione che va dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. Lo scacchiere è mutevole e agli Stati Uniti, sempre meno leader dell’area, interessa in questo momento mantenere basi in Paesi considerati solidi alleati o che consolidino la rete di alleanze. È in atto, più che una riduzione, una semplificazione della strategia di Washington. Ma c’è un rischio: la polarizzazione dello scontro.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.