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Si fa sempre più stretta la collaborazione economica e militare tra Stati Uniti e Bahrain. La minuscola monarchia affacciata sul golfo è da sempre un partner essenziale per gli americani che hanno scelto proprio la capitale Manama come quartier generale della loro quinta flotta, strategicamente essenziale come deterrente alle eventuali mire espansionistiche dell’Iran. Negli ultimi mesi il Bahrain si è imposto, all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come vero motore e cervello delle petro-monarchie sunnite. Quando questa estate il Qatar è stato ufficialmente accusato di supportare finanziariamente diversi “gruppi terroristici” (quali Al-Qaeda, Fratelli Musulmani e Stato Islamico) il Bahrain era in prima fila tra i banchi dell’accusa. Con il vicino Qatar fuorigioco e con i sauditi esternamente dissanguati dalla guerra in Yemen e internamente destabilizzati a causa delle recentissime purghe volute dal principe Bin Salman, il Bahrain ha giocoforza assunto il ruolo di unico protagonista credibile agli occhi della presidenza Trump. Per questo motivo l’incontro di mercoledì 29 Novembre tra il principe ereditario Salman bin Hamad Al Khalifa con le più alte cariche della democrazia statunitense, risulta ancor più significativo.  

Nel colloquio con il Segretario di Stato Rex Tillerson, il principe Salman al-Khalifa ha “riconosciuto l’importanza del costante impegno dell’Amministrazione degli Stati Uniti con il Bahrein e i suoi alleati, osservando che le relazioni rafforzate tra gli Stati Uniti e il Regno stanno sostenendo la sicurezza regionale”.Sono stati inoltre ultimati gli ultimi dettagli per la fornitura di caccia-bombardieri F-16 di fabbricazione statunitense destinati all’aviazione del regno. Gli accordi, che il presidente Trump dovrà solo formalizzare, erano già iniziati durante il mandato del presidente Obama.  Non sono mancate, durante il dialogo con Tillerson, le accuse all’Iran; per l’ennesima volta sospettato di interferenza nella regione e di “sponsorizzazione del terrorismo globale”. Per questo sono stati siglati accordi che prevedono un ulteriore incremento della collaborazione a livello di Intelligence tra gli Usa e i servizi segreti bahreiniti. Senza dimenticare le diverse Task Force presenti a Manama rappresentative di più di trenta partner di sicurezza regionale e internazionale (tra cui figurano anche membri dell’Esercito Italiano).

Il Principe, che nel corso della sua visita parlerà direttamente anche col presidente Donald Trump, si è detto “profondamente preoccupato” per l’aumento di attività terroristiche legate “inequivocabilmente al regime iraniano”.    Con ogni probabilità Salman al-Khalifa si riferisce ai recenti incidenti occorsi ad alcune centrali petrolifere esplose nei giorni scorsi e catalogate dall’intelligence bahreinita come “attacchi terroristici”, l’incidente non ha causato danni davvero significativi e non ci sono stati feriti ma è indicativo evidenziare come in poche ore e senza indagini approfondite diverse personalità del governo bahreinita abbiano fin da subito puntato il dito contro l’Iran. In un tweet il ministro degli Esteri del Bahrain Khalid Al Khalifa aveva accusato dell’esplosione l’Iran, che presumibilmente “vuole compromettere la sicurezza del Bahrain e colpire il mercato degli idrocarburi”.  

Durante l’incontro col presidente della Camera dei Rappresentanti USA Paul Ryan, il principe ereditario ha invece posto l’accento su tematiche di ordine etico, evidenziando come il legame tra Stati Uniti e Bahrain si basi su “valori condivisi come apertura e libertà”. Frasi di circostanza che lasciano il tempo che trovano se si pensa alla spaventosa repressione messa in atto dalla monarchia del Golfo a partire dal 2011contro chi chiedeva riforme democratiche. La cosiddetta “primavera araba” non è mai davvero sbocciata in Bahrain, anche a causa del silenzio forzato dei media internazionali che presumibilmente hanno preferito non compromettere ulteriormente la stabilità di uno stato così importante strategicamente per gli USA e i loro alleati. Sono numerosi gli attivisti bahreiniti ancora in carcere o di cui non si hanno più notizie. L’uso della tortura è ricorrente e testimoniato da molte delle organizzazioni a favore dei diritti umani. Come se non bastasse, a marzo di quest’anno il parlamento ha approvato un cambiamento costituzionale per permettere  alle corti militari di processare i civili. Si tratta di una pratica già in uso da tempo ma divenuta oggi a tutti gli effetti legale grazie al consenso del re. Con il nuovo provvedimento vengono così rimosse le limitazioni contenute prima nella carta costituzionale su chi poteva essere processato nelle corti militari.  Per gli attivisti l’intento è chiaro: l’emendamento instaura di fatto la legge marziale nel piccolo regno e sarà usato  come arma per reprimere qualunque forma di opposizione all’autorità di re Hamad. Di diverso avviso, ovviamente, è Manama che parla di modifica “necessaria per combattere il terrorismo”. È curioso notare come fino ad ora l’unico individuo con cittadinanza bahrainita ritenuto membro attivo dello Stato Islamico sia proprio un alto funzionario delle forze di polizia del regno.

Tra i primi a denunciare queste ipocrisie è stato fin dal 2011 il noto attivista per i diritti umani Nabeel Rajab che nel suo blog metteva in guardia dagli organi di sicurezza del regno, accusate di essere un potenziale incubatore ideologico per gruppi di estremisti. Rajab è stato arrestato e l’11 Luglio condannato a due anni di reclusione con l’accusa di aver “diffuso fake news, dichiarazioni e voci false sulla situazione interna del regno che ne minerebbero il prestigio e lo status”.

Rajab non è però l’unico attivista che ha subito trattamenti non proprio consoni a chi sostiene di rifarsi a valori di “apertura e libertà”. La dissidente Zeinab al-Khawajah è stata costretta all’esilio perché minacciata di essere nuovamente arrestata dopo aver passato circa due anni in carcere e aver subito varie forme di tortura per aver strappato un’immagine di re Ahmad durante una delle proteste del 2012.

Il Bahrain è l’unica tra le monarchie sunnite in cui la maggioranza della popolazione professa lo sciismo. Gli sciiti sono da anni oggetto di persecuzioni, i loro diritti civili sono spesso negati tanto che pochi mesi fa il partito di opposizione al-Weqaf è stato dichiarato fuorilegge, e il suo leader, Ali Salman, accusato di sedizione e tradimento sta attualmente scontando una pena di nove anni. Gli sciiti, che hanno sempre chiesto un miglioramento delle loro condizioni e la possibilità di una maggiore rappresentanza politica, hanno ottenuto come risposta una violenta azione repressiva. Sono moltissimi i giovani sciiti che durante la notte sono stati prelevati dalle loro case. La più importante guida religiosa degli sciiti del Bahrain, l’ayatollah Isa Qassim è agli arresti domiciliari nella sua casa di Diraz, gli è stata tolta la nazionalità e proprio in queste ore ha visto le sue condizioni di salute aggravarsi senza che il governo muova un dito per permettergli di curarsi adeguatamente.

Proprio la persecuzione nei confronti dell’anziana guida religiosa ha risvegliato gli animi, per la verità mai sopiti della maggioranza sciita che proprio a Diraz ha la sua roccaforte. In molti si sono dati appuntamento nelle strade per protestare contro il regime dei Khalifa e contro le forze di sicurezza. Le accuse mosse ai dissidenti sciiti sono sempre quelle di appartenere a gruppi terroristici fomentati e addestrati dall’Iran e dai suoi Pasdaran.

Il principale responsabile di questa repressione, civile, politica e religiosa è senz’altro Nasser bin Hamad al-Khalifa, figlio cadetto del re, comandante in capo dell’esercito (impegnato in Yemen insieme ai Sauditi) e della guardia reale. Nasser ha partecipato in prima persona ai bombardamenti in territorio Yemenita e non sono pochi coloro che lo accusano di essere in contatto con uomini legati a sigle estremiste quali Al-Qaeda e ISIS. In questi anni si sono moltiplicate le testimonianze che lo vedono protagonista di torture e vessazioni da lui direttamente praticate sui dissidenti sciiti. Curiosità: il “nobile” principe ha soltanto una sola onorificenza straniera. Si tratta della Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana. Si legge sul sito del Quirinale che si viene insigniti del cavalierato per “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari.” Quali benemerenze verso l’Italia abbia acquisito il principe arabo non è dato saperlo.

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