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Più che la politica, volle il timore di un salto nel buio: i partiti dell’Euro-maggioranza hanno rotto l’impasse sui commissari europei del secondo mandato presidenziale di Ursula von der Leyen e si apprestano a far nascere il nuovo esecutivo Ue sulla base di un fragile compromesso che non risolve i problemi di fondo dell’Europa. E quello che sembra un accordo di potere fine a sé stesso non rispecchia le grandi aspettative di rinnovamento dell’Ue che erano emerse dal dibattito politico nei mesi scorsi.

Sorridono, per questo compromesso, Giorgia Meloni e Pedro Sanchez: il rinnovato accordo tra Partito Popolare Europeo, Partito Socialista Europeo e liberali di Renew Europe blinda le vicepresidenze per i candidati di Italia e Spagna, Raffaele Fitto e Teresa Ribera. Ma il Von der Leyen-bis è andato vicino a non nascere e ora partirà con un compromesso al ribasso in nome del vecchio, a tratti stantio, principio di Margaret Thatcher: There is no alternative.

Se non c’è alternativa siamo nei guai

Non c’è alternativa, dicono i partiti del nocciolo duro dell’Euromaggioranza che si estende nei fatti ai Verdi, a rinnovare Von der Leyen e la maggioranza Ursula di fronte all’imminente Trump 2.0. Ovvero, questa è la retorica, serve una Commissione capace di reagire alla possibile offensiva commerciale americana. Magari guidata dalla stessa figura che per due anni ha subito, senza muovere un dito, la guerra economica de facto condotta dall’amministrazione Biden con la valanga di sussidi industriali dell’Ira e del Chips Act che hanno drenato miliardi di euro di investimenti da parte delle aziende europee, dirottandole oltre Atlantico.

E ancora. Serve l’unità europea, ripetono i vertici della Commissione. Serve perché c’è la guerra alle porte dell’Europa, in Ucraina e Medio Oriente. Possibilmente serve un’Ue capace di alzare la testa di fronte a Vladimir Putin, capendo il realismo della deterrenza e quello della diplomazia, e capire come porre fine a un conflitto a Gaza che colpisce gli interessi vitali securitari dell’Europa. Non c’è alternativa, dunque, a veder nascere una seconda Commissione con a capo chi diceva che i russi importavano lavatrici di contrabbando per sopperire alla mancanza di chip e ha fornito uno sconsiderato nulla osta a Benjamin Netanyahu per la sua rappresaglia a Gaza.

Ma non finisce qui. Serve competitività, l’Europa-mercato non è ancora un’Europa-potenza in campo economico. Urge porre il suo futuro in mano alla Commissione di colei che ha firmato il ritorno all’austerità dopo aver, controvoglia, aperto all’allentamento del Patto di Stabilità per il Covid-19, si è dimostrata ambigua e ombrosa di fronte alle politiche di approvvigionamenti di vaccini per la pandemia e, soprattutto, nel quadro del Green Deal ha promosso diverse scelte che si possono definire a dir poco dannose per l’industria europea. Prima fra tutte la politica sull’elettrificazione al 2035 dell’intera produzione automobilistica europea.

Tacciamo di altri ambiti, come la Difesa comune (discorso caldo: ma nella pratica esiste poco e nulla), l’immigrazione (dove si è scelta la via dell’esternalizzazione senza strategia), l’allargamento a Est (con i bei risultati che si vedono in Georgia e Ucraina) e la gestione personalistica delle nomine ai posti apicali, come dimostrano la sovra-rappresentazione dei falchi baltici in posizioni di rilievo e la cacciata di figure competenti come Thierry Breton dall’Euro-governo. Nonostante tutto questo, There is no alternative a Frau Ursula. Almeno per i partiti centrali nel Parlamento Europeo.

La vittoria di Frau Ursula, la sconfitta dell’Europa

Diciamocelo: quello di Ursula von der Leyen è un miracolo politico. Il miracolo di una donna dirottata in Europa da Angela Merkel che non voleva il suo ministro della Difesa come proprio “delfino” per la scarsa popolarità e i pessimi risultati in materia. Ma che è riuscita a diventare il punto di riferimento del Partito Popolare Europeo, in cui la Cdu tedesca resta dominante, presentando al centrodestra europeo il Green Deal e l’abbraccio tra conservatori e mondo radicale in campo ambientalista come accettabile. Proponendo ai socialisti spinti da tempo su posizioni più interventiste in campo economico e inclusive in materia sociale il via libera al bis della fautrice del ritorno al rigore contabile e della linea dura sull’immigrazione, con la volontà di rafforzare la “fortezza Europa” triplicando i fondi per Frontex. E, last but not least, facendo digerire ai liberali europei guidati da Emmanuel Macron una presidente della Commissione che si è dimostrata ostile a ogni principio di autonomia strategica europea caro al presidente francese.

Il problema è che questo miracolo lo pagherà, per altri cinque anni, l’Europa intera. Chiamata a perdere ulteriore tempo in discorsi su come adattarsi alle sfide globali mentre là fuori Cina e Usa competono sulle frontiere infinite dell’innovazione, dell’intelligenza artificiale, della corsa allo spazio, dei nuovi armamenti, i Paesi del “Sud Globale” vedono la crisi dell’Ue come la base su cui chiedere maggior spazio nelle organizzazioni multilaterali e dall’India al Brasile, dalla Turchia all’Indonesia, sono molti gli attori che pensano in termini geopolitici l’arena mondiale. Preparandosi a ritagliarsi spazi di protagonismo, almeno in campo locale e regionale. Mentre in Europa si passerà, come ha ricordato Alessandro Aresu a InsideOver, dal fare convegni sull’eventualità di un Trump 2.0 a farne per discutere su cosa fare ora che Trump ha vinto le presidenziali. Parole in libertà ne avremo, piccole riforme presentate come “momenti storici” ancora di più, la retorica a fiumi non mancherà, ma dovessimo scommettere un euro sul von der Leyen-bis non sarebbe certamente per una discontinuità rispetto al primo mandato. Cosa l’Europa voglia essere nei prossimi cinque anni non lo sappiamo ancora. E forse non lo sa nemmeno Frau Ursula.

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