La Francia è da sempre impegnata a guidare gli Stati del Sahel nella guerra al terrorismo islamico e, in generale, nella risoluzione dei conflitti fra i vari Paesi della regione. Con la fine dell’impero francese, le ex colonie non si sono mai realmente distaccate dal cordone ombelicale che le legava a Parigi. E Parigi, dal canto suo, non aveva alcun interesse a perdere il controllo di una regione ricchissima di materia rime e con cui aveva ormai intrecciato legami difficilmente eliminabili, di natura economica, politica e anche culturale. Già negli anni Ottanta, con l’Opération Épervier, le forze francesi erano state dispiegate nell’area, prima come forze dissuasive nel conflitto fra truppe libiche e del Ciad, poi, fino al 2014, come forza di contrasto allo sviluppo del terrorismo di matrice islamica in tutta la regione.

Al termine del 2013, quando stava per concludersi la missione Épervier, fu la volta dell’Opération Serval, questa volta in Mali. Per due anni, le forze francesi -navali, terrestri e aeree – guidarono la coalizione internazionale composta da Stati africani, dell’Occidente europeo e anche dagli alleati mediorientali, per contrastare il dilagare del jihadismo nel nord del Paese. Una missione conclusa un anno dopo, ma i cui risultati furono miseri. Talmente miseri da imporre una terza missione, l’operazione Barkhane, arrivata oggi al suo terzo anno di attività. L’Opération Barkhane, lanciata il primo agosto del 2014, si sviluppa su un territorio vastissimo, rappresentato dai cinque Stati che compongono il cosiddetto G-5 Sahel: Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Mauritania.

L’allora ministro della Difesa di Parigi, Jean-Yves Le Drian, oggi alla guida degli Affari Esteri, annunciò l’iniziativa come una missione per combattere il terrorismo internazionale nella regione. A detta del ministro, la missione avrebbe avuto il compito di colpire i gruppi jihadisti in un’area di fondamentale importanza nel traffico di esseri umani e di denaro che collega l’oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo, un’autostrada del terrore che dall’Africa equatoriale arrivava in Libia e quindi in Europa. Alle truppe francesi fu concessa da subito piena libertà di manovra in tutti i Paesi coinvolti: le forze di Parigi hanno piena libertà di movimento e di attraversamento dei confini, poiché il loro ruolo sarebbe quello di dare risposta immediata a qualunque focolaio di tensione nella regione. Così, venne deciso l’invio istantaneo di 3500 uomini delle forze armate francesi, di cui mille in Mali a tempo indefinito. Gli altri 2500 sarebbero invece stati dispiegati negli altri Stati a seconda delle necessità.

L’allora presidente Hollande fu uno dei maggiori sostenitori di questa missione francese. Troppi gli interessi in gioco per Parigi per non entrare direttamente nel conflitto e imporsi nella regione. E non a caso, anche Macron, come neopresidente, nel suo primo viaggio fuori dal continente europeo ha visitato le truppe francesi impiegate nel Sahel. Per la Francia, il controllo della regione ha un’importanza strategica fondamentale. Non è solo il mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie, ma anche, e soprattutto, il controllo su un’area in cui la Francia ha profondi interessi economici, legati in particolare allo sfruttamento delle materie prime e alle commesse provenienti dalle amministrazioni locali nei confronti delle aziende francesi. Soltanto in Niger, la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari di sua proprietà in tutta la Francia. Tra il Niger e il Mali, Parigi possiede tre miniere di uranio che sono assolutamente indispensabili per l’approvvigionamento energetico del popolo francese: proprio per questo l’impegno militare nell’area rappresenta uno strumento basilare per proteggere prima di tutto gli interessi energetici statali. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono i pilastri della geopolitica francese in Africa. Parigi non può rinunciare a queste due fonti di energia, e l’impiego dei suoi soldati lo dimostra con assoluta certezza. L’esplosione dello jihadismo nel nord del Mali e nelle aree di estrazione dell’uranio significa per la Francia perdere una fonte energetica che potrebbe mettere a rischio tutto l’equilibrio energetico del Paese, che si fonda, come noto in larghissima parte sull’energia prodotte dalle centrali atomiche. A questo, si aggiunge la necessità di controllare i traffici di rifugiati che attraverso la rotta del Sahel arrivano in Europa. Un traffico di uomini costante che i conflitti gonfiano e che rendono impossibile arginare, ma che per la Francia significa anche e soprattutto una questione di sicurezza interna, prima ancora che internazionale.