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Il processo di rolling review dello Sputnik V da parte dell’Agenzia europea per i medicinali sta procedendo a rilento, come da pronostico, costellato di dubbi e avvolto da un manto di diffidenza, ostilità e scetticismo. La lentezza del processo di approvazione è riflesso e conseguenza del clima di scontro che ha attorniato la questione Sputnik sin dagli albori, quando accusato di ineffacia e quando di essere un’arma geopolitica, fratturando l’Unione Europea in tre blocchi: i favorevoli, i tiepidi sostenitori e i contrari.

Alla piccola ma impavida Ungheria di Fidesz va il merito di aver avallato l’impiego dello Sputnik V in tempi record, cioè a dicembre, alimentando indirettamente la nascita di un dibattito, che, gradualmente, ha investito l’intera Ue e obbligato gli stati membri a confrontarsi con il fallimento della strategia vaccinale comunitaria. I fatti, però, hanno mostrato e dimostrato come lo Sputnik V non sia un vaccino alla portata di tutti: urgono compattezza e stabilità, pena l’autocondanna alla sconfitta – la crisi politica slovacca docet.

Disponibile in quanto economico, ma inaccessibile in quanto russo – questo è il problema –, lo Sputnik V è più di un vaccino, è uno status symbol: il suo acquisto è condizionato al potere effettivamente detenuto; questo è il motivo alla base del successo magiaro e del fallimento slovacco, nonché dello stallo italiano e spagnolo – i cui esecutivi desiderano attendere il verdetto dell’Ema – e della pervicacia tedesca e austriaca.

Lo Sputnik e l’Europa, gli ultimi aggiornamenti

Nei giorni scorsi il programma televisivo Quarta Repubblica ha raggiunto Kirill Dmitriev, l’amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti, consumando un’intervista che verrà trasmessa integralmente il 12 aprile. Le parti hanno discusso dello Sputnik V, del processo di rolling review, delle ombre che lo circondano e dei tavoli negoziali aperti con gli stati membri dell’Ue, e Dmitriev ha colto l’occasione per reiterare un’offerta lanciata in passato: cinquanta milioni di dosi sono pronte e in attesa di entrare nel mercato comunitario, alcune delle quali verrebbero destinate all’Italia.

Quando e se quell’ordine arriverà nell’Ue non è dato saperlo, perché Dmitriev ha piena cognizione dell’esistenza di “grandi interessi commerciali che cercano di impedire che lo Sputnik venga utilizzato in Italia e in Europa”. Interessi che, commercio a parte, sono mescolati alla geopolitica, e possono essere affrontati, ed eventualmente vinti, soltanto da quegli attori statuali denotati da caparbietà, autonomia strategica e volontà di potenza. Perché lo Sputnik V è uno status symbol, ergo trattasi di un bene appartenente a un contesto di consumo ostentativo che non può essere sopportato da chiunque: il suo valore non è economico, ma geopolitico, perciò occorre una certa volizione.

All’interno dell’Ue, Ungheria e Slovacchia a parte, soltanto due stati hanno deciso di esperire la scavalcata dell’Ema: la Germania, che trainata dalla Bavaria ha concordato l’arrivo di due milioni e cinquecentomila dosi, e l’Austria, che ha in ballo un tavolo negoziale per una partita da un milione di dosi. Al quartetto si affianca un elenco di tiepidi sostenitori, cioè nazioni in cui la questione Sputnik sta infervorando politica e opinione pubblica e dove vi sono stati dei contatti nel dietro le quinte: Repubblica Ceca, Italia, Francia e Spagna.

Tra le suddette, chi sta premendo l’acceleratore è Praga, cioè la meno legata al vincolo dell’atlantismo a oltranza perché protetta, paradossalmente, dal proprio status di non-potenza. Quivi, infatti, è stato indetto un sondaggio per comprendere l’umore della popolazione e il 7 aprile è stato costretto alle dimissioni il titolare del Ministero della Salute, Jan Blatny, grande detrattore del presidente Milos Zeman e dell’impiego in via emergenziale dello Sputnik V. Fuori di scena Blatny, l’ingresso nel mercato ceco del vaccino dell’Istituto Gamaleya potrebbe essere sul punto di materializzarsi.

Lo Sputnik V nell’estero vicino dell’Ue

Lo sdoganamento dello Sputnik V a livello comunitario è ancora una realtà parziale e limitata, ma nell’estero vicino dell’Ue, ovverosia i Balcani, la situazione è radicalmente differente. La Serbia di Aleksandar Vucic, grazie ad un’oculata politica di rifornimento massiccio presso una pluralità di produttori, è riuscita nell’impensabile: trasformarsi da epicentro della battaglia degli aiuti umanitari tra le grandi potenze a vaccinatore dell’ex Iugoslavia.

Divenuta prossima la soglia dell’immunità di gregge, Belgrado ha cominciato a inviare gratuitamente le eccedenze di Sputnik V (e altri vaccini) a Macedonia del Nord, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro, dando vita a un moto autoalimentante che ha condotto alcuni ex stati iugoslavi a chiedere la conversione delle donazioni in vendite regolari e altri a contattare direttamente il Fondo russo per gli investimenti diretti. Tutto ciò, naturalmente, è stato reso possibile dalla completa assenza dell’Ue in loco – che non ha pensato ad una strategia di supporto vaccinale per i Balcani occidentali – e dai ritardi del programma CoVax.

L’ex Iugoslavia non è l’unica regione dei Balcani ad essersi affidata allo Sputnik V. Il vaccino dell’Istituto Gamaleya, invero, ha fatto breccia persino nell’Albanosfera, il cuore pulsante della presenza statunitense in Europa, essendo stato acquistato da Tirana nell’ambito della strategia vaccinale governativa basata sull’approvvigionamento da fonti plurime.

I casi dell’ex Iugoslavia, dell’Ungheria, della Germania e dell’Albania illustrano e insegnano qualcosa: lo Sputnik V è inaccessibile se alla volontà di potenza viene preferito il primato del vassallaggio, ma può essere un’alternativa valida e realisticamente fruibile, al di là dei costi (non monetari) che comporta, se all’interesse commerciale e geopolitico altrui viene anteposto il proprio, puramente sanitario e dettato da una logica salvavita.

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