Domenica si vota in Tunisia ed il paese è chiamato a scegliere il successore del defunto Essebsi, deceduto nello scorso mese di luglio a 90 anni a poche settimane dalla fine del suo mandato. Un vuoto, quello di Essebsi, più politico che di altro genere: partecipante alla vita politica della Tunisia dalla fondazione del paese, la sua morte fa mancare alla classe dirigente tunisina un vero e proprio punto di riferimento. Molti i dubbi sulle prossime presidenziali tunisini ed una sola certezza: domenica non si sceglierà da subito il nuovo capo dello Stato, visto che i candidati sono 26 e dunque occorrerà attendere un turno di ballottaggio.

Chi sono i candidati principali

Nel 2014, anno delle prime presidenziali post Ben Alì, Essebsi appare subito il favorito: a capo del partito laico Nidaa Tounes, è su di lui che si riversa l’elettorato che vuole contrastare l’ascesa dei partiti islamisti e di Ennahda in particolar modo. Quest’anno invece vige l’assoluta incertezza: i sondaggi non chiariscono chi, tra i più papabili, può puntare dritto al secondo turno e quindi alla vittoria finale. Una situazione creata sia da un processo di frammentazione politica avuto durante gli ultimi cinque anni, sia dal fatto che le presidenziali sono state forzatamente anticipate rispetto alla loro data originaria di novembre per via del decesso di Essebsi.

Una rosa di principali protagonisti è comunque possibile stilarla, a partire dall’attuale primo ministro Yussef al Chahed. In carica come capo del governo dal 2016, scelto quale rappresentante di Nidaa Tounes, oggi Al Chahed guida un nuovo partito fondato dopo i litigi con il figlio di Essebsi: Tahya Tounes è infatti la sua creatura politica, con la quale spera di scalzare Nidaa Tounes dal ruolo di principale formazione del fronte laico. La consistenza politica di Al Chahed è comunque tutta da verificare: il fatto di essere capo dell’esecutivo uscente, in un contesto in cui crisi economica e latente malessere sociale appaiono emergenze mai sopite dopo la primavera araba del 2011, non depone certo a suo favore.

Un altro importante candidato è Abdelfattah Mourou, numero due di Ennahda. Su di lui dovrebbero convergere i voti del principale partito islamista legato ai Fratelli Musulmani, ma il condizionale è d’obbligo. La frammentazione non riguarda infatti solo il fronte laico, bensì anche quello islamico: sono almeno tre i candidati dell’area di Ennahda, anche se Mourou appare comunque quello di maggior riferimento anche per la sua pluridecennale esperienza politica. Altra candidatura pesante è quella di Abdelkarim Zbidi, che corre da indipendente e promette di essere “al di sopra dei partiti”: ex ministro della difesa, Zbidi gode di un certo credito a livello internazionale.

La frammentazione del quadro politico

Discorso a parte merita un altro potenziale forte candidato, ossia il magnate dei media Nabil Karoui. Proprietario di Nesma, principale tv del paese, l’imprenditore di Biserta gode di una grande popolarità ma si trova in carcere dallo scorso 23 agosto. L’accusa per lui, respinta al mittente dal diretto interessato, è quella di riciclaggio e frode fiscale. Per la legge non solo la sua candidatura è ancora regolare, ma Karoui è anche eleggibile. Dunque almeno ufficialmente la sua campagna elettorale prosegue, anche se la sua permanenza dietro le sbarre rende molto lontana una concreta chance di vittoria. Altro candidato fuori dagli schemi più tradizionali è Abir Moussi, l’unica donna in corsa ed esponente di un proprio movimento dato in crescita nei sondaggi.

Gli ultimi due citati sono candidati che, in Europa, verrebbero definiti “populisti”. Tutto questo per dimostrare come, rispetto ai primi anni post Ben Alì, il quadro politico tunisino appare decisamente frammentato. La polarizzazione tra partiti islamici e laici sembra lasciare spazio invece ad una dialettica tra pro e contro i partiti tradizionali, con l’emersione di candidati indipendenti e movimenti che denunciano la corruzione. Il tutto in un contesto economico difficile ed in una situazione in cui soprattutto i giovani appaiono sia sfiduciati che disillusi. Le condizioni di vita rispetto al 2011 non sono migliorate, questo potrebbe inficiare anche sul dato dell’affluenza alle urne, primo vero banco di prova per la neonata democrazia tunisina in vista del voto di domenica.